27 giugno 2025

Per un film sul fiume Po

Ecco alcuni passi significativi tratti dall'articolo di Michelangelo Antonioni "Per un film sul fiume Po", apparso sulla rivista Cinema nel 1939: 


Altro punto interessante e significativo è dato da un particolare riflesso della civiltà sulle stesse genti del fiume. Il quale aveva, in altri tempi, aspetto ben più romantico e pacato. Vegetazione arruffata, capanne di pescatori, molini natanti (ancor oggi ne è rimasto qualche esemplare), traghetti rudimentali, ponti di barche; il tutto sommerso in un'aura smemorata ed estatica, in un senso di forza irresistibile che sembrava evaporare dalla gran massa d'acqua e avvilire ogni cosa. La popolazione — gente solida, dai gesti lenti e pesanti — conosceva i lunghi riposi sulle rive e i vagabondaggi per i boschi che le rivestono, gli specchi pescosi e i piccoli seni nascosti sotto i salici chini a lambire le acque, e lasciava che in questa lentezza scorresse la propria esistenza, tuttavia occupata nei trasporti di merci e di persone, nei molini e, sopra tutto, nella pesca.


Ma nemmeno per le cose gli anni passano invano. Venne anche per il Po il tempo del risveglio. E allora furono ponti in ferro su cui i treni sferragliano giorno e notte, furono edifici a sei piani chiazzati di enormi finestre vomitanti polvere e rumore, furono battelli a vapore, darsene, stabilimenti, ciminiere fumose, perfino altri canali dagli argini in cemento; fu insomma tutto un mondo moderno, meccanico, industrializzato che venne a mettere a soqquadro l'armonia di quello antico. 


Eppure, in mezzo a questo sciuparsi del loro mondo, le popolazioni non hanno sentito rimpianti. Lo avrebbero voluto, forse, ché la loro natura scontrosa e contemplativa non si adattava ancora al nuovo stato di cose, ma non ci sono riuscite. La evoluzione, a un certo punto, non soltanto non le disturbava ma in un certo modo le accontentava. Cominciavano a considerare il fiume nel suo valore funzionale; sentivano che si era valorizzato e ne erano orgogliose; capivano che era diventato prezioso e la loro ambizione era soddisfatta. 






20 aprile 2025

Pasqua di patate

 Stando alla trasmissione radiofonica umoristica Wait, Wait... Don't Tell Me! che però si riferisce sempre a fatti realmente accaduti , l'abitudine americana delle Easter Eggs, le uova nascoste in giardino che poi i bimbi devono ritrovare, era a rischio quest'anno proprio perché, come si sa, il prezzo proibitivo delle uova stesse dopo i dazi di Trump. Gli americani hanno dovuto infatti rinunciare alle uova, ma non al gioco: sono ricorsi alle patate, che costano molto meno e, se nessuno le trova, invece di marcire, mettono semplicemente le radici e, se interrate, fanno crescere una pianta dalla forma tutto sommato elegante e graziosa. Forse sarà perché non vado proprio pazzo per le uova, ma non mi dispiace che, in tempi di opulenza aggressiva e sfacciata, le patate diano una lezione di eleganza. 

02 aprile 2025

Giornale Radio

 Ho aspettato il 2 aprile per pubblicare le ultime notizie dal giornale radio che ascolto il mattino (New England Public Radio) per evitare che si pensasse al solito scherzo banale. Lo scherzo è che qui, alle sette del mattino, fuori ci sono -3C e i pesci nuotano sotto il ghiaccio di fiumi e laghi. 

Per Luigi Nicholas Mangione è stata chiesta la pena di morte, che nello stato di New York è stata sospesa, ma che Trump ha intenzione di far rispettare a livello federale, specie contro le figure che impersonano lo stato. Perciò in un suo discorso ha invocato la morte contro chi ammazza un poliziotto. Mangione non ha ucciso un poliziotto, ma il direttore generale di United Healthcare Brian Thompson, quindi, semmai, un rappresentante del potere finanziario. Perciò la radio commenta sul valore simbolico della pena, come se potere politico e potere finanziario fossero sempre più prossimi. 

L'attrice canadese Jasmine Mooney racconta la sua odissea in un campo di detenzione americana e quindi in carcere in un resoconto per il quotidiano inglese Guardian. Il crimine? Un equivoco sul visto sul passaporto, che l'ha portata alla detenzione immediata senza la possibilità di comunicare con l'esterno (altro che telefilm!). Nel centro di detenzione, l'attrice dormiva con altre compagne in una gabbia di ferro, sotto una luce al neon che non veniva mai spenta, su un materassino e con solo uno foglio di carta stagnola per coprirsi. Poi venne tradotta al carcere regolare, dove le sue compagne di cella erano appunto altre donne dalla fedina penale pulita, ma detenute per irregolarità di visto di residenza. Una studentessa indiana era munita di visto regolare, ma anni prima, con un vecchio visto, s'era trattenuta due mesi dopo la scadenza dello stesso e ciò sembra che ora basti per essere arrestasti. Anni fa, trattenersi oltre il termine di scadenza comportava solo la deportazione. Oggi pare che abbiano messo un altro dazio. 

19 febbraio 2025

Lettera a Lucio Caracciolo di Limes

Dopo tanti interventi di Lucio Caracciolo sulla fine dell'intesa occidentale con l'America, che con Donald Trump finalmente abbandona ogni scrupolo e ringrazia l'Europa di ottant'anni di omaggi e riconoscenza con una pernacchia da dietro, ho pensato di scrivere a Limes alcune mie impressioni, che riporto qui di seguito, corrette in pochi punti. 

Gentile Dottor Caracciolo, 

La seguo volentieri nei suoi interventi, specie su quanto riguarda la dissoluzione dell' "Occidente transatlantico". Vorrei poterle dare alcune osservazioni dall'interno delle humanities nelle università americane che la potrebbero incuriosire. 

Insegno lingua e letteratura italiana nelle università americane da trent'anni circa e ho visto le trasformazioni della mia disciplina e le sue ragioni geopolitiche. Nei primi anni novanta, quando ero ancora studente al dottorato, l'onda lunga della guerra fredda garantiva un solido interesse americano sia all'Italia storica, soprattutto dal Trecento al Cinquecento, sia all'Italia moderna e contemporanea. Alle varie contestazioni si rispondeva concedendo più spazio, com'era giusto, a chi dalla storia era stato trascurato, ma poco cambiava, in termini di metodo. Attorno ai primi anni 2000, anche per recuperare studenti sempre meno avvezzi alla lettura, la filologia tradizionale si indebolì politicamente e subentrarono i 'cultural studies', una specie di semiologia / sociologia che si occupava e tuttora si occupa di un po' di tutto, dalle minigonne al caffè espresso. Era chiaro che l'italianistica passava dalla 'giving side' di chi soddisfaceva una domanda attiva di conoscenza alla 'asking side' di chi invece doveva creare l'interesse per un prodotto culturale. Mentre l'Italia reale si impoveriva, all'estero si cristallizzava la sua immagine mediatica più banale. 

L'America studia solo ciò che le serve per sostenere o giustificare il suo ruolo predatorio imperiale, lei m'insegna. Provi a scorrere l'indice, nient'altro, dello studio classico di Eric Auerbach Mimesis, il realismo nella letteratura occidentale. Guardando la prima edizione (Berna, 1946), si nota chiaramente il libro di un professore tedesco di lingue neolatine che sa anche l'inglese: Omero, Petronio, Ammiano Marcellino, la Storia dei Franchi di Gregorio di Tours, la Chanson de Roland, il Mistero d'Adamo, Dante, Boccaccio, Rabelais, Montaigne, Shakespeare, Cervantes, La Bruyère, Manon Lescaut, Schiller, Stendhal, i Goncourt e Virginia Woolf. Se invece si pensa alla traduzione inglese (Princeton University Press, 1953), quando Auerbach già professore alla Yale, vi si scorge con chiarezza la mappa letteraria dell'Europa alleata (anche se la Spagna entra nella NATO solo nel 1982). La traduzione italiana è del 1956: allineamento quasi immediato. Da allora, e soprattutto dopo il lancio dello Sputnik, nel 1957, nelle università americane iniziarono a rafforzarsi i vari dipartimenti di lingue e letterature europee, che oggi sono non in crisi, ma in via di estinzione proprio perché l'America non ha più bisogno della cultura europea per giustificarsi al mondo. Anzi, oggi la cosiddetta 'cultura europea' prevede una serie di regole e di istituzioni che al momento sono solo d'impiccio all'espansione tecnologica.

In proposito, sarebbe bene riequilibrare i termini della questione woke, che non è affatto il gran disastro identitario di cui si parla. Con la morte in diretta di George Floyd, l'America intera ha dovuto affrontare il proprio razzismo sistemico e non c'è riuscita e quindi si è spaccata in due fronti: gli eterni penitenti che si battono il petto e chiedono scusa di esistere (e votano democratico) e i negazionisti che non vogliono essere disturbati da inutili crisi di coscienza (e votano per Trump). Un certo disgusto verso sé stessa sarebbe solo salutare, per l'America, se avesse il buonsenso di valutare il passato con equilibrio e riconoscere le scempiaggini commesse e avviarsi verso un'equa distribuzione delle ricchezze. Ma l'America non riesce né a sopportare il dolore di avere torto né a pensarsi al di là del paradigma espansionistico della conquista. Perciò va avanti o stracciandosi le vesti in eterna penitenza, perché il protestantesimo non prevede l'assoluzione dai propri peccati, o snobbando i crucci e pensando che le conseguenze le paghino comunque gli altri, cioè i poveri, i maledetti da Dio, i dannati della terra predestinati alla dannazione ("those shithole countries..."). 

Si aggiunga che il woke coinvolge soprattutto i professori di materie letterarie e scienze sociali, cioè i meno pagati di tutta la compagine universitaria e quindi i più disprezzati, i cattivi maestri che hanno usato l'intelligenza per l'impegno civile e non per il proprio interesse in un paese che premia solo quello. Quella tra woke e anti-woke è una guerra tra poveri e ormai non interessa a nessuno: qui, morto un povero, morto un cane. A chi lavora nelle humanities, il distanziarsi dell'America dall'Europa per ovvie ragioni di comodo era noto da parecchio. Anche a chi tanti anni fa, giovane fesso e ignorante, a figure come Jimmy Carter aveva anche creduto.

01 ottobre 2024

L'ora di filosofia

 


Premetto che conosco molto bene il razzismo guerrafondaio dell'Europa; l'ho anche detto, senza mezzi termini Però / perciò non mi faccio illusioni sull'importanza intrinseca della cultura europea e fin da piccolino ho imparato a diffidare dei complimenti: dietro ogni lode si nasconde, e male, il coltello sempre pronto. Ciò detto, vi racconto un episodio.

Un'amica mi manda un videodiscorso del mio collega di filosofia Bryan Van Norden, fautore della filosofia multiculturale. È il solito discorso, già visto e già sentito, su come l'Occidente ignori le filosofie orientali, l'Occidente razzista dai tempi di Kant, che non considerava la gente dagli altri continenti capace di pensiero. E sono stati gli allievi di Kant, dice sempre Van Norden, a eliminare le filosofie orientali dal curriculum di filosofia generale. Voglio sperare che Kant sia studiato per altri contenuti, ma sono in sostanza d'accordo sulla possibile influenza di un razzismo rizomatico che, nella linea della metafisica, abbia messo il pensiero orientale in sottordine, anche se, dal poco che so, è una storia molto, molto più complessa, almeno da Schopenhauer in poi. 

La mia modesta obiezione, dopo anni di esperienza universitaria americana a vari livelli, è che il fatto che ci sono poche cattedre di filosofia cinese negli Stati Uniti forse va attribuito ad altri fattori che non la supposta egemonia della linea metafisica franco-tedesca. In primo luogo, nei dipartimenti di filosofia delle università americane la parte del leone va alla logica analitica anglosassone, mentre il pensiero franco-tedesco è studiato soprattutto nei dipartimenti di letteratura comparata. In secondo luogo, per un madrelingua inglese, il cinese è molto più difficile da imparare del francese o anche del tedesco, anche se oggi gli studenti di cinese sono in aumento e quelli di francese e di tedesco in forte calo. 

Peraltro, in tempi di rette universitarie americane annuali cresciute a dismisura e quindi di debiti contratti anche per centomila dollari alla fine di quattro anni di studi, è chiaro che i giovani di un paese e una cultura estremamente pragmatici studiano ben altro che filosofia. E ovviamente Jeffrey Sachs dà il buon esempio dicendo che sarebbe ora di leggere più filosofia, ma allora perché non cerca di convincere tanti rettori di tante istituzioni universitarie a non chiudere i dipartimenti di materie letterarie e filosofiche? È successo.

Una cosa è certa, almeno a me: l'America liberal si allontana sempre più dalla cultura europea (quella conservative se ne è sempre disinteressata, in massima parte) e si avvicina all'Asia e all'Africa non per espiare la colpa del razzismo, ma perché il quadro strategico è cambiato. Prima del 1990, l'American Way of Life si difendeva sullo scacchiere europeo, coi partiti comunisti fortissimi in Francia e in Italia, mentre oggi lo si difende nei negoziati con la Cina e con l'India, quindi è venuto il momento di studiare le loro filosofie, non le nostre: noi europei, e soprattutto noi italiani, siamo gli scendiletto, i camerieri, i venditori ambulanti di fazzoletti, e per di più razzisti: "Grazie, non ci serve niente..."

E dovremmo aspettarci da Kamala Harris o da Donald Trump un qualsiasi sforzo per un "cessate il fuoco" in Ucraina? Teniamoci buono Massimo Cacciari...


02 ottobre 2022

Brutta razza, l'europea

Nell'Italia in cui sono cresciuto (1964-1990), quando anche il razzista Indro Montanelli diceva (a modo suo, chiaro) che non era mai esistita una razza italiana, certe cose non erano nemmeno pensabili. Oggi, invece, il "testo dell'argomento da discutere" (così sta scritto) scelto per la prova orale del concorso a cattedre D.D.G. 499 / 2020 per la classe di insegnamento A022 (italiano, storia e geografia nella scuola media inferiore) è La razza europea (in grassetto nel foglio).

Voglio sperare che si tratti della burla sinistra di un qualche oscuro funzionario, maligno e ottuso, coinvolto nel vortice del neofascismo sdoganato di recente. Comunque, ho deciso di svolgere la traccia orale per iscritto, anche perché sono già in possesso dell'abilitazione per le medie inferiori (A022) e superiori (A012) e quindi non temo bocciature.

La razza europea è brutta. Brutta dentro. Proprio come la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo, così la bellezza è epidermica, ma la bruttezza penetra nel midollo. La razza europea deriva da secoli di invasioni di diversi gruppi etnici, quindi di guerre, di massacri, di stupri e di generazioni cresciute nell'odio e nel terrore; la pace, ormai finita, è durata meno di ottant'anni. La razza europea ha quindi passato secoli a scannarsi ed è arrivata, nel migliore dei casi, a spartirsi il territorio a seconda della professione religiosa: cuius regio, eius religio. Spiego: si sceglie dove vivere a seconda (geniale!) della diversa maniera di pregare lo stesso dio, quello del predicatore di Galilea crocifisso poco prima dell'eclisse, quel Gesù che secondo gli ebrei è blasfemo e secondo i mussulmani un profeta di Maometto. Per due maniere diverse di credere a chi diceva "Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi" (Giovanni 15,12) la brutta razza europea s'è scannata per anni. E questo è solo uno dei tanti esempi. Brutta razza, brutta razza davvero.

E visto che non le bastava nemmeno scannarsi sul suo suolo, la brutta razza è andata ad ammazzare altrove. Il mercante genovese che voleva "buscar el levante por el ponente" si accorse presto di essere capitato in un continente fuori dalle mappe e, vedendo gli indigeni tanto ingenui, pensò subito a come soggiogarli. Brutta razza, eh? Per la verità, gli eccidi veri propri li hanno fatti altri, come Hernan Cortes (1485-1547) e George Custer (1839-1876), ma è sempre quella brutta razza. In Africa, poi, la brutta razza ha fatto stermini su stermini, nella maniera più bieca e violenta possibile;  l'elenco sarebbe infinito e lo sfruttamento economico dura ancora oggi. Il medico africano che mi disse che i disagi dell'immigrazione di massa dall'Africa in Europa sono la conseguenza ben meritata della colonizzazione aveva ragione: l'è riva' al pagadèbit! 

E infatti si legge un episodio curioso nell'autobiografia del comico sudafricano Trevor Noah Born a Crime (Nato fuori legge: storia di un'infanzia sudafricana, traduzione di Andrea Carlo Cappi, Ponte delle Grazie, 2019): in Sudafrica è normale che i neri chiamino i loro figli (o i loro cani) Hitler. Per loro, Hitler è solo un nome nel libro di storia, il nome di un pericolo tanto grande da costringere l'uomo bianco a chiedere aiuto al nero per sconfiggerlo. In Sudafrica il nome è anche un augurio (nomen omen) e chiamare il proprio figlio (o il proprio cane) Hitler significa confermare il proposito di farlo crescere forte, violento e pronto a difendersi. In fondo, quei milioni di ebrei morti che tanto scandalizzano la razza europea sono meno di quello che la brutta razza ha fatto in Africa e magari, forse pensano là, con qualche altro milione di brutta razza in meno sul groppone si starebbe anche meglio, o se non altro meno peggio; e avrebbero ragione. Un bel vivere, non c'è che dire.

In conclusione, la brutta razza fa schifo e le altre non sono meglio. E ai buonisti che dicono che esiste solo la razza umana rispondo che quella è la peggiore di tutte e che, se anche avesse tutta un pigmento epidermico unico, sicuramente troverebbe una qualche scusa per dividersi in gruppi ostili e farsi la guerra fino allo sterminio; lo vediamo tutti i giorni, perché lo fa anche adesso. Sarebbe più degno estinguersi e lasciare il pianeta agli scarafaggi, dicono i filosofi del post-umano, che però si guardano bene dal dare l'esempio e morire per primi. Perciò non resta che consolarsi con chi fa meno schifo, cioè con chi cerca di dissipare l'odio delle brutte razze con un po' di scetticismo e di compassione: chi avverte i soldati che alla guida del plotone c'è sempre il nemico (Bertold Brecht), chi mostra l'eccidio del villaggio indigeno americano attraverso gli occhi di un bimbo scioccato e incredulo (Fabrizio De André), chi ha sempre e da sempre il coraggio di parlare di pace anche nelle situazioni più difficili (Papa Francesco). È poi tanto difficile cercare di fare un po' meno schifo? 


08 gennaio 2021

Il marciume su Washington

Le notizie sono già ben conosciute, ma oggi, per l'ultima volta, dico la mia. 

L'imbecille col berretto di pelo alla Davy Crockett, le corna e il volto dipinto che s'è fatto ritrarre dalle telecamere nella sala del Senato mi interessa poco e lascio agli italiani residenti in patria il riscontro della somiglianza coi protagonisti delle carnevalate barbariche della Lega Nord. Segnalo solo che si chiama Jake Angeli e che probabilmente appartiene al sostrato italo-amero-fascista da cui Mirko Tremaglia pensava di pescare voti con la sua nota legge. 

Invece, più della manifestazione violenta (comunque grave), mi preoccupa la mancata risposta della polizia, intervenuta solo molto tardi, quando i manifestanti erano già dentro. È vero: è stata colpita a morte una donna che cercava di arrampicarsi per il vano del vetro rotto di una porta che dava alle sale interne. Dal minuto 0:45 di questo video

si capisce bene che si tratta di cecchinaggio. Nessuno aveva intimato l'alt: molto probabilmente il cecchino non voleva farsi riconoscere per paura delle reazioni degli altri manifestanti e, sparando, voleva impedire l'accesso a stanze che, per una qualche ragione andavano protette comunque. Peggio di così...

Peggio di così sarebbe stato possibilissimo: se a manifestare fossero stati i militanti di Black Lives Matter, ci sarebbe stata una carneficina che nemmeno voglio immaginare. C'è qualcosa di profondamente e ineradicabilmente razzista alla base dell'identità americana, bianca ed egemone, che solo con Trump è emersa in tutta la sua violenza. Lascio il paragone col fascismo a chi ne sa più di me e mi limito a osservare che anche durante la marcia su Roma Vittorio Emanuele III non volle firmare il decreto di stato d'assedio, quello che invece era stato firmato nel maggio del 1898 da Antonio di Rudinì durante i moti socialisti a Milano, che autorizzò l'azione militare contro i manifestanti e quindi più di ottanta morti tra i civili. Ai fascisti si spiana sempre la strada e ai socialisti la si sbarra. C'è di che riflettere. 

Dietro il motto Make America Great Again dei berrettini rossi dei seguaci di Trump c'è la voglia di restaurazione del volto egemone, bianco, maschio e capitalista dell'America "una, bianca e santa, come la democrazia." Sì, è solo una canzone italiana ("Shampoo" di Gaber e Luporini), ma sottolinea bene l'immagine dell'America protettrice dell'Europa liberale dalla minaccia sovietica, un'immagine che andava accettata in blocco e non discussa. Oggi, l'immagine è in crisi sia sul fronte interno, dove le cosiddette minoranze etniche cominciano ad acquistare numeri e importanza, sia su quello internazionale, dove, a ridosso di un prestigio culturale ancora saldo (ma manca la legittimazione di un'Europa che comunque conta sempre meno) la supremazia economica difesa per decenni dalle foreign wars scema sempre più. 

Ovvio, l'America sta ricorrendo ai ripari. Trump s'è reso colpevole di sedizione, ma il processo di esautorazione previsto dal venticinquesimo emendamento costituzionale è talmente macchinoso da non poter essere portato a termine prima del prossimo 20 gennaio, data del passaggio effettivo delle consegne. Nel frattempo, i partiti si stanno riorganizzando, come riassume l'editorialista Mike Davies. I repubblicani si stanno allontanando da Trump per riavvicinarsi alla grande industria che, dopo aver approfittato dei tagli alle tasse, ha cominciato a prendere le distanze durante il periodo elettorale. Parimenti, i democratici di Biden si sono schierati coi moderati e quindi col grande capitale, tenendo ben lontani dal governo i progressisti seguaci di Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, a cui avevano promesso tanto invano. Si tornerà a un'epoca come gli anni novanta, coi diritti civili difesi a spada tratta, perché tanto costano poco, e quelli sociali trascurati, perché costano soldi, che invece devono restare nelle tasche dei ricchi. E i trumperos faranno fronda e continueranno a ricattare il partito repubblicano per avere le loro concessioni, e Donald Trump in persona li adopererà per il suoi interessi. Non so che cos'altro (mi) resti da dire. 

20 aprile 2020

Cristoforo Colombo in versi

Per la prima e ultima volta tradisco l'assunto generale del mio blog di raccontare storielle, ma le tante domande di temi americani da parte degli studenti dell'Università di Urbino mi spinge a pubblicare una mia poesia scritta tre anni fa in seguito ai vandalismi alle tante statue di Cristoforo Colombo negli Stati Uniti. Non ho mai amato la retorica e solo una volta ricordo d'aver partecipato, e di grande malavoglia, alla parata del secondo lunedì di ottobre a New York; ma non credo il povero genovese responsabile di tutte le nefandezze compiute a danni delle popolazioni indigene, come molti sostenevano prima di trovare altre preoccupazioni.


Cristoforo Colombo
Non era un eroe
e non era - più degli altri - un assassino.
Era un mercante genovese,
Furbone e traffichino,
che voleva raggiungere le Indie
e, con le spezie, il petrolio di allora,
fottere i concorrenti veneziani.
Ha sbagliato continente
perché con l'astrolabio
non si misura la longitudine;
oggi lo sappiamo.
Ha fatto le idiozie sue, brutte e cattive,
ma il grosso è roba d'altri:
Cortès, Custer. Sarebbe meglio
prendersela anche con loro. Il casino
è che ha fatto credere che il pianeta
fosse grande, quando invece
è proprio, ma proprio piccolino.

E lo dice uno che sta in America.

Donne al potere e paesi che vai: risposte a Martina Sorrentino, Giulia Radi e Andrea Mangiacristiani

Quando avevo vent'anni, l'internet non c'era. C'era solo l'edicolante e in quattro compagni d'università compravamo ciascuno un giornale diverso e ce li scambiavamo in aula studio a Palazzo Maldura. I ventenni di oggi sono navigatori infaticabili e s'informano di certo meglio, ma sono a maggior rischio di bufale. Perché? Perché non ci sono pasti gratis, al mondo, quindi i siti gratuiti sono sempre sospetti. Ciononostante, va bene anche leggere Forbes. E passo al dunque.

Mi scrive Martina Sorrentino che, nelle sue scorribande curiose tra le notizie del mondo (vedo però soprattutto Italia e Stati Uniti, che poi sono anche le mie entità di riferimento), riconosce comportamenti costanti: supermercati svuotati, paura, fuga dalle città infette verso la tranquillità del locus amoenus, che si chiami Sardegna o Hamptons. Forse è vero che tutto il mondo è paese, ma, ancora una volta, meglio leggere il foglio di sbieco. 

Non sono un medievista, ma, da quando leggo il Decameron con una certa regolarità, ho sempre accostato, alla splendida e credibilissima descrizione della peste, la totale improbabilità della fuga in campagna delle sette ragazze e dei tre giovanotti: nel Trecento certe cose non capitavano. L'idea della sana vita di campagna è frutto di secoli di egemonia culturale urbana, in cui l'epidemia è l'unico freno alle attività della città, da Boccaccio a Manzoni ("Scappa, scappa, untorello. Non sarai tu che spianti Milano") e Moravia ("L'epidemia", da Racconti surrealistici e satirici). Ergo: occhio all'immaginario, perché spesso prende il posto del reale. 

Andrea Mangiacristiani ha ragione quando scrive che Forbes Magazine tira un po' un colpo al cerchio e uno alla botte, perché da un lato elogia Erna Solberg, che, rivolgendosi ai bambini, ha aiutato tanti genitori a gestire tante crisi familiari, dall'altro non nomina nemmeno il robusto welfare che sta alla base del sistema Norvegia. A me, che leggo sempre di sbieco, irrita, ma non sorprende, che l'araldo del neo-liberismo deifichi la mamma di Stato e non parli dello Stato-Stato, o addirittura che pontifichi che l'insegnamento online debba diventare il nuovo standard didattico, tanto per allargare il parco degli studenti-clienti-paganti. Ogni crisi è buona per riorganizzare la scacchiera; ed Erna Solberg è conservatrice: avrà la stessa empatia per gli operai adulti? Il fatto è che le riorganizzazioni avvengono sempre dall'alto, da chi ha posizioni di privilegio e, come dice un noto mafioso della letteratura, cammina sulle corna degli altri.

Sulla sensibilità collettiva dei paesi asiatici scrive invece Giulia Radi, vedendo in Taiwan e nella Cina comportamenti più responsabili socialmente e attribuendoli alle culture più attente all'intero corpo sociale e meno alla persona. Le rispondo che il confine tra responsabilità collettiva e libertà individuale è da negoziare ogni volta e con decisa determinazione. Conosco poco la Cina, ma quando l'industria cinese Fuyao ha aperto la fabbrica a Dayton, Ohio, rilevando gli stabilimenti chiusi della General Motors, s'è capito bene il conflitto tra la cultura della partecipazione individuale degli operai americani e quella dell'autorità indiscussa e della conformazione al tutto (gestito poi dalle autorità) dei padroni cinesi. Ne parla il documentario American Factory, disponibile su Netflix. Né mi sorprende l'app che controlli gli spostamenti delle persone, anche perché mi dicono che la Cina sia una dittatura. Mi sorprende invece che questa app di controllo, senza il minimo scopo terapeutico, sia stata accettata in Italia, dove, non contenti degli arresti domiciliari della popolazione, si è arrivati al controllo capillare e alla distruzione delle libertà individuali. Avremo un potere centrale che saprà in quale cesso andremo a pisciare, ma non sarà in grado di fare niente se ci saremo ammalati; e magari ne sarà addirittura lieto. 

Infamia, inganno e tradimento: a una certa età, tutto il mondo è Pavese.

18 aprile 2020

La vergogna di Trump e le nazioni sessuate: risposte a Giulia Radi e Marco Casanova

Oggi rispondo alle ultime lettere degli studenti dell'Università degli Studi di Urbino. Giulia Radi scrive che, secondo lei, è una vergogna che il Presidente Trump non si adoperi sino in fondo per la salvezza dei suoi cittadini. Rispondo, in sintesi, che, nonostante le sue tante vergogne, Trump incarna comunque lo spirito del capitalismo di frontiera, per cui ogni cosa va trasformata in denaro: "Fiat munus, pereat mundus". È il crimine che la storia americana perpetra da secoli: sfruttare il mondo per trarne un guadagno. Anche oggi, chi ha fatto incetta di mascherine e salviette disinfettanti e le vende in internet a dieci volte il prezzo non viene punito a norma di legge, ma trattato da libero imprenditore. 

Chi ha eletto Trump, nel 2016, s'era sentito abbandonato e tradito da un establishment sempre più lontano dal proletariato e sempre più borghese, in totale sintonia con l'idea dell'accumulo di capitale come segno di merito individuale e quindi predestinazione alla salvezza eterna, nell'incrocio di calvinismo e capitalismo che Max Weber spiega meglio di me. Chi lo vuole eleggere ora pensa che il Covid-19 sia una gran balla fatta apposta per controllare la gente e togliere le libertà costituzionali, come molti credono anche in Italia (vecchi giornalisti, giovani filosofi) che ritengono Trump il grande eroe che combatte la cospirazione mondiale guidata da Bill Gates, grande arci-architetto della pandemia attuale. Ci vorrebbe un po' di igiene mentale, ma non c'è. 


Marco Casanova mi scrive una lettera molto complessa in cui esprime il suo punto di vista sugli attuali stili di governo delle nazioni affette dalla pandemia applicando le teorie di Geert Hofstede e incrociando le identità maschili / femminili dei vari paesi del mondo secondo le sei dimensioni della cultura nazionale e l'identità di genere psicofisiologica (cis-gender) dei capi di governo. Non so che rispondere, se non che apprezzo l'ipotesi e invito Marco Casanova a sviluppare il suo assunto in un articolo di buona letteratura scientifica, di cui è di certo capace. 


Ecco, però: io forse sono interessato ad altro e l'ho scoperto in questi giorni nella pagina Facebook della mia collega Nadia Urbinati di scienze e filosofie politiche della Columbia University. In un suo post, Nadia commentava che sicuramente i vari governanti, scienziati e quant'altro faranno a gara su chi aprirà prima le strutture produttive e amministrative o su chi inventerà il vaccino per primo, cioè chi si mostrerà più efficiente. Nelle tante repliche, io osai contraddire addirittura Adriana Cavarero, una delle filosofe fondanti del pensiero della differenza sessuale in Italia. Riporto botta e risposta:


Adriana Cavarero E’ un atteggiamento tipico dei maschi: può sembrare una banalità ma c’è un’ampia letteratura scientifica su questa fenomenologia.


Andrea Malaguti È un atteggiamento tipico dei maschi coglioni. Può sembrare una banalità, ma ci sono secoli di saggezza sommersa in merito.


Sono sicurissimo che Adriana Cavarero ha ragione, ma alla letteratura scientifica preferisco la saggezza sommersa. Dev'essere l'età...

15 aprile 2020

Uomini e donne al potere: risposta a Giulia Eugaddi

Mi scrive oggi Giulia Eugaddi, dell'Università di Urbino:

According to Forbes, the pandemic going on around the world nowadays seems to be more controlled in some areas of the world where roles of power are covered by women, and it’s not a coincidence.

Scientific data show that women have an alternative style of leadership compared to men, based on collaboration and harmony. Therefore, they don’t obtain respect by blaming others for their mistakes, preferring to emphasize collaboration rather than conflict. This new style of leadership is in stark contrast with the general assumption that successful women cover top management positions just because they are emulating men, pointing out, especially in humanitarian emergencies, how this alternative way of problem-solving performs extremely well.

In particular, this article is showing us that several countries in northern Europe such as Finland, Norway or Germany, and some others in the opposite part of the world, like New Zealand and Taiwan have in common just one thing: women leaders. Indeed, what these female-driven governments did was to promptly put into action effective policies to prevent their citizens from getting sick and simultaneously communicate to all the members of the society, starting from kids, how to stay safe during the pandemic.

Genuinely, an opposite decisional process compared to men leaders such as Trump or Bolsonaro, that have opted for an aggressive strategy that seems not to be working so well, especially in the US where the number of infected people is increasing. (see Trump’s reaction to Fauci’s comments about the virus)

Witnessing the process of women making the first step in the historically male-dominated fields such as politics, make us hope that gender disparities will disappear in the foreseeable future in order to create an equal society able to understand the positive aspects of each gender.

“Leadership is based on elements such as intelligence, curiosity, empathy and integrity. Qualities that have nothing to do with gender”

Resources:

https://hbr.org/2020/04/7-leadership-lessons-men-can-learn-from-women

https://www.forbes.com/sites/avivahwittenbergcox/2020/04/13/what-do-countries-with-the- best-coronavirus-reponses-have-in-common-women-leaders/#556074a3dec4

Intanto, devo subito segnalare un'inesattezza: non ci sono dati scientifici a definire lo stile femminile di gestione del potere, ma solo valutazioni anche attente e per molti versi corrette dei giornalisti di Forbes. Quindi non c'è niente di incontrovertibile (né di falsificabile, direbbe Popper). Vero: le donne al potere hanno dichiarato uno stile molto più adatto e consono all'emergenza Covid-19 rispetto ad altri uomini al potere.

Il problema è che il condivisibilissimo pistolotto finale, cioè che le qualità fondamentali di un leader, (intelligenza, curiosità, empatia e integrità) siano equamente distribuite tra uomini e donne, è in chiara contraddizione con le tesi (altrettanto condivisibili) degli articoli, cioè che le donne dimostrino queste qualità e gli uomini no. Potrei rispondere che, quarant'anni fa, a spingere sul pedale dello stoicismo e dell'individualismo ("society does not exist") era proprio una donna, Margaret Thatcher, che uscì dall'ombra sconfiggendo con l'esercito le pretese argentine sulle Isole Falkland e convincendo così del proprio valore e soprattutto della propria determinazione il conservatore maschilista Enoch Powell, un Trump che conosceva il greco antico.

Risponderò invece che la tesi implicita (e in sé condivisibile) che ci vorrebbero più donne al potere va raffinata. In realtà, le donne non mancano; e non tutte si comportano come vorrebbero far credere gli articoli. Sarah Huckabee Sanders, già addetto stampa di Trump, e Betsy DeVos, ministro (ministra, se volete) dell'istruzione sono borghesi e razziste quanto il loro capo di gabinetto, se non peggio. E io non mi sono mai fidato nemmeno di Hilary Clinton.

È altrettanto vero, però, che c'è un razzismo e un sessismo residuale fortissimi e che almeno dall'epoca dell'amministrazione Reagan (la controparte americana di Margaret Thatcher) l'idea del potere s'è avviluppata sul modello del sopruso violento. Trump è stato eletto proprio perché nel suo show televisivo "The Apprentice", dava corpo proprio al capetto-kapo facile al sopruso e al mettere i suoi dipendenti l'uno contro l'altro, dandola vinta a chi faceva la voce più grossa e aveva il coraggio di essere violento. Chiunque abbia una pratica minima anche solo di lavoro di gruppo sa benissimo che si va avanti a sforzi collettivi e non a rivalità interne; ma la lotta di tutti contro tutti risponde alle paure più recondite di una cultura che vede nelle armi un bene di rifugio e nel maschio armato il baluardo estremo a difesa di quella che Giorgio Agamben chiama "vita nuda".

Il comportamento di Donald Trump, purtroppo, non ha spinto gli americani ad esaminare il loro subconscio e a fare i conti con la violenza originaria da cui sono sorti, cioè il genocidio delle popolazioni indigene in virtù (lo dicevo anche rispondendo a Sara Quaranta) di un destino manifesto della nazione americana, che doveva espandersi verso ovest. Chissà perché, a me il falso biondo di Trump ricorda la chioma iconica del Generale Custer, uno degli uomini più crudeli della storia. Però questo è un altro capitolo.

11 aprile 2020

Tradire i padri fondatori: risposta a Sara Quaranta

Rispondo pubblicamente alle osservazioni di Sara Quaranta, studentessa di letteratura e cultura angloamericana dell'Università di Urbino, pervenutemi a mezzo della Professoressa Alessandra Calanchi:

Today, on reading some newspapers online, I was very impressed by the news coming from the USA: in Hart Island, near the Bronx, there are mass graves that are used to bury the bodies of those who can't afford a place at the cemetery. We are living in an unreal time but unfortunately it's all true, many people are losing their lives, including those who save human lives, the doctors; it is the proof that no one escapes from this virus. The United States is the most affected country and sadly the economic factor is making the situation worse; in fact, not everyone has health insurance and for this reason many people will not be able to face the necessary treatment to recover from Covid-19. A 17-year-old boy in California died because he did not have health cover and doctors refused to treat him. These events made me understand two things: the first one is that we Italians should all be less angry with our country, because despite the political-economic problems, we have one important thing: the possibility of receiving treatments thanks to Public Health. It seems a small thing, but it is not! The second thing is that the Americans in the next presidential elections should elect a President who can guarantee them this right, which in my opinion is a human right that ensures human dignity. In the Declaration of Independence there was written: "We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by the Creator with certain unalienable Rights, that among these are LIFE, LIBERTY and the pursuit of HAPPINESS. This means that the Founding Fathers had a very different image of America than the one it is today; more inclusive, more egalitarian and above all more RIGHT. Life, Liberty and HAPPINESS is everything that every human being hopes to have; they are fundamental rights.

Riassumo per i pochi che non leggono l'inglese (buono, peraltro) della nostra Sara: di fronte alle fosse comuni di Hart Island, l'isola a est del Bronx dove trovano sepoltura gli indigenti senza famiglia né sostentamento, e al rifiuto delle cliniche private di curare il diciassettenne californiano, dirottato verso i rari ospedali pubblici e quindi morto nel tragitto in ambulanza, gli italiani dovrebbero apprezzare l'accesso alla loro sanità pubblica e incondizionata e dall'altro gli americani dovrebbero votare per un presidente che gli garantisse un pari diritto. Perché, aggiunge, l'America ha tradito lo spirito della sua costituzione, che dovrebbe garantire il diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità.

Cara Sara, su tutto quello che dici trovi tanti, tanti americani d'accordo con te; lo sono anch'io sulla sanità pubblica italiana (ho avuto un padre medico ospedaliero a tempo pieno) e sulla necessità di qualcuno di diverso alla Casa Bianca. Però, se ogni tentativo di rendere pubblico il sistema sanitario americano è fallito, forse la ragione si trova proprio nelle parole della costituzione. Ogni tanto bisogna leggere tenendo il foglio di sbieco, come nel quadro di Hans Holbein "Gli ambasciatori" (1533), in cui la massa informe e sospesa in basso sfugge alla nostra comprensione; ma, se guardiamo la massa di sbieco, appunto, ci accorgiamo che è un teschio. Se poi guardiamo gli altri elementi del quadro, ci accorgiamo che al liuto mancano le corde e che tanti degli strumenti sullo scaffale più alto sono rovesciati. Insomma, la missione degli ambasciatori è fallita.

Leggendo di sbieco proprio le frasi della costituzione americana, bisogna tenere conto di una premessa sottintesa: "Per noi, non per gli altri". La vita, certo, perché in Inghilterra c'era ancora la pena di morte e si finiva impiccati; ma a passare per le armi gli indigeni del continente americano, i padri pellegrini non ci hanno pensato un attimo. La libertà, ma gli schiavi africani erano rapiti, comprati e venduti. E la ricerca della felicità, che poi si riduce al benessere materiale, anche a costo di sottrarre risorse agli altri o alla natura; tanto, la frontiera è ampia e di spazio ce n'è. L'America ha una missione nel mondo e un destino manifesto: il west va conquistato e coltivato, dando a ogni contadino dell'est il suo pezzetto di terra e decimando le nazioni indiane e riducendo i superstiti alle poche miglia quadrate delle riserve.

"Per noi, non per gli altri" è il ritorno del represso che oggi si trova in forma di reale nella politica americana attuale, divisa tra chi chiede di essere riconosciuto come partecipante al dibattito democratico e chi invece difende i privilegi ereditati come diritti acquisiti per merito. È impensabile pensare che le due parti non siano in conflitto, oggi, visto che lo erano anche ai tempi dei Founding Fathers.

27 marzo 2020

Come siamo messi

Come tutti sanno, il numero dei contagi riscontrati negli Stati Uniti ormai supera gli ottantamila. Il centro dell'epidemia del Coronavirus è qui. Sarà come in Italia? Difficile a dirsi. Il territorio degli Stati Uniti è molto meno densamente popolato, quindi è più facile distanziarsi, che è in sostanza la soluzione fondamentale. È molto meno sicuro un autobus pieno di gente che un parco dove ci si muove. All'idea di Trump di tornare al lavoro dopo Pasqua ci s'indigna o si sorride. Io stesso, nella mia totale disistima, penso che la boutade sia solo un espediente per contenere gli allarmi in borsa; ma di economia so pochissimo (e sarebbe ora che mi documentassi di più, lo so). Non ho altro da dire, per ora.

Prima di salutarvi, pubblico la tabellina dei suggerimenti del New York Times, che è l'indice essenziale della situazione americana e delle reazioni istituzionali; mi sembrano suggerimenti molto sensati e possono valere non solo per gli americani.

  • Answers to Your Frequently Asked Questions

    Updated March 24, 2020
    • How does coronavirus spread?

      It seems to spread very easily from person to person, especially in homes, hospitals and other confined spaces. The pathogen can be carried on tiny respiratory droplets that fall as they are coughed or sneezed out. It may also be transmitted when we touch a contaminated surface and then touch our face.
    • What makes this outbreak so different?

      Unlike the flu, there is no known treatment or vaccine, and little is known about this particular virus so far. It seems to be more lethal than the flu, but the numbers are still uncertain. And it hits the elderly and those with underlying conditions — not just those with respiratory diseases — particularly hard.
    • What should I do if I feel sick?

      If you’ve been exposed to the coronavirus or think you have, and have a fever or symptoms like a cough or difficulty breathing, call a doctor. They should give you advice on whether you should be tested, how to get tested, and how to seek medical treatment without potentially infecting or exposing others.
    • What if somebody in my family gets sick?

      If the family member doesn’t need hospitalization and can be cared for at home, you should help him or her with basic needs and monitor the symptoms, while also keeping as much distance as possible, according to guidelines issued by the C.D.C. If there’s space, the sick family member should stay in a separate room and use a separate bathroom. If masks are available, both the sick person and the caregiver should wear them when the caregiver enters the room. Make sure not to share any dishes or other household items and to regularly clean surfaces like counters, doorknobs, toilets and tables. Don’t forget to wash your hands frequently.
    • Should I wear a mask?

      No. Unless you’re already infected, or caring for someone who is, a face mask is not recommended. And stockpiling them will make it harder for nurses and other workers to access the resources they need to help on the front lines.
    • Should I stock up on groceries?

      Plan two weeks of meals if possible. But people should not hoard food or supplies. Despite the empty shelves, the supply chain remains strong. And remember to wipe the handle of the grocery cart with a disinfecting wipe and wash your hands as soon as you get home.
    • Should I pull my money from the markets?

      That’s not a good idea. Even if you’re retired, having a balanced portfolio of stocks and bonds so that your money keeps up with inflation, or even grows, makes sense. But retirees may want to think about having enough cash set aside for a year’s worth of living expenses and big payments needed over the next five years.

21 marzo 2020

Scaffali vuoti agli Hamptons

Avere di fronte a casa un supermercato che vende il pane fresco mi ha un po' viziato: ogni due giorni mi posso permettere una pagnotta casereccia. Oggi, però, dietro la panetteria, al reparto frutta, ho trovato gli scaffali delle banane completamente vuoti. Capisco fare incetta di salviette e disinfettanti, ma di banane? Ho chiesto all'impiegato intento all'inventario, che mi ha risposto che la gente compra tutto quello che può. Ormai si vende in un giorno quanto in tempi normali si vendeva in tre. Sono quindi diventati difficili gli approvvigionamenti, perché se si ordina troppo la rete della distribuzione salta. Si cerca quindi il compromesso ogni volta, anche se restano vuoti tanti scaffali: banane, pasta, riso, ecc.

Long Island, in questo momento, però, se la passa anche peggio. Long Island è la parte della penisola a sud di Manhattan che, dopo Brooklyn e Queens, si protende verso est. Nella parte orientale, la penisola si biforca in due tronconi. Nel troncone meridionale, da Westhampton alla punta estrema di Montauk, hanno la loro residenza estiva, dove di solito trascorrono luglio, agosto e a volte parte di settembre, le famiglie facoltose dell'alta borghesia di Manhattan. Il turismo altolocato fa da volano all'economia locale, fatta, in sostanza, di servizi: ristoranti, negozi, bar e altre attività commerciali gestite da residenti locali che, ovviamente, vivono nelle cittadine di Long Island dodici mesi all'anno. È chiaro che i servizi essenziali per i residenti permanenti sono programmati sul loro consumo modesto di classe medio-bassa e di ranghi ridotti.

Di recente, però, tanti altolocati di Manhattan sono riusciti a sfuggire al lockdown della penisola e, rifugiatisi nelle case estive, spesso hanno piratato i servizi della popolazione locale, per decenni trattata come sottoposti o dipendenti, come racconta il servizio del New York Post. Una signora, consapevole di essere infetta da Coronavirus e contravvenendo all'ordine di non lasciare la città,  ha raggiunto Southampton e ha chiesto assistenza e ricovero a un ospedale minuscolo, con 125 posti letto di cui solo otto di terapia intensiva. Altri sono arrivati in aeroplano. A Manhattan avrebbero trovato un'assistenza migliore, ma la sindrome da fuga era irrefrenabile.

L'invasione è cominciata la settimana scorsa, racconta sempre il New York Post, quando ha raggiunto gli Hamptons (Westhampton, Southampton, Easthampton) e Montauk un'orda di SUV carichi di cibarie. I loro proprietari abbienti hanno quindi fatto incetta di congelatori di dimensioni enormi. Dopo di che, è cominciata la razzia nei supermercati, a carrettate di cibo da ottomila dollari a botta, lasciando gli scaffali vuoti, riferisce sempre il New York Post. È uno sconcio, commentano tanti, quando ci sono i vecchi che campano con gli assegni e i buoni della Social Security e si trovano senza poter comprare niente da mangiare. Perché negli Hamptons, per quanto famosi per il turismo altolocato, abita anche tanta gente povera; e qualcuno di loro addirittura nei trailerpark, gli stazionamenti permanenti delle roulotte e dei caravan.

Gli abbienti, però, sembrano pronti a tutto, pur di fuggire alla paura del Coronavirus. Appena annunciata la chiusura delle scuole private di Manhattan, le culle dell'alta borghesia newyorkese, agli Hamptons sono piovute le richieste d'affitto immediato di case e ville, senza badare a spese. Tra le richieste, c'è quella della piscina riscaldata: se fuori ci sono 28 gradi Farenheit (-3 gradi centigradi), l'acqua deve arrivare a 88 (31 centigradi). Tra i ricchi c'è voglia di far festa, come all'epoca del Grande Gatsby, che però andò a finir male (e va detto che finì male anche il suo autore, Francis Scott Fitzgerald, che si sentiva un po' Gatsby anche lui); e se vanno a finir male loro?

Pare però che i poveri locali abbiano una risorsa che ai predatori esterni manca: la solidarietà degli altri. Fuori stagione, baristi e camerieri aiutano gli anziani come possono. E poi, cosa che il New York Post non dice, ma lo so io, gli abitanti del luogo sono più simpatici. Tanti anni fa, sono andato anch'io in vacanza a Montauk, cinque giorni ad agosto, e ricordo i camerieri e la gente del posto molto più simpatica e molto meno tronfia dei borghesoni che pensavano d'aver diritto a tutto. Le sperequazioni sono sempre dannose.

19 marzo 2020

Il necessario

Ora che chiudono temporaneamente bar e ristoranti, che comunque servono ancora pasti da asporto, riapre altrettanto temporaneamente (pero quien sabe?) America al bar. Come ho già detto altre volte, non aspettatevi il commento autorevole ai fatti del giorno, perché quello è il compito dei corrispondenti dei giornali. Queste sono solo note di vita quotidiana e osservazioni "dal basso" (in molti sensi, compreso quello di appartamento abusivo a pianterreno della Napoli di Giuseppe Marotta ed Eduardo De Filippo, se vi piace) sulle reazioni all'emergenza Coronavirus.

Vero: chi cerca salviette disinfettanti, mascherine, fazzoletti, carta igienica e disinfettanti, rischia di trovarsi con gli scaffali vuoti. Ieri sera, al punto vendita della Target, il commesso mi ha detto che la prossima partita di salviette disinfettanti sarebbe arrivata solo il giorno dopo, cioè oggi, alle cinque e mezza del mattino. Perciò, mi consigliava di ordinarle in rete alle 5,46 e quindi di ritirarle alle otto, ora di apertura del negozio. Ammetto: non l'ho fatto. Sono andato qui vicino alla CVS (altro punto di una catena di grande distribuzione) e anche lì erano finite; ma c'era il Lysol liquido, che basta spruzzare sul panno-carta per pulire con eguale efficacia.

Per la verità, negli Stati Uniti il sistema della distribuzione lascia spesso a desiderare. Per i vestiti, devi sempre approvvigionarti mesi prima, perché i negozi non fanno magazzino ed esauriscono lo stock in fretta. Se hai bisogno di un maglione a febbraio, ti accorgi che ci avresti dovuto pensare a settembre o ottobre, perché sui banchi ci sono solo le rimanenze fuori taglia (sono rari gli americani 'small' e confesso di essere 'large' anch'io, ma da sempre) e a volte già le magliette estive.

È però anche vero che, ora come ora, le catene della grande distribuzione si stanno adoperando a fondo per provvedere i generi di prima urgenza per tutti e per razionalizzarne le vendite. Guanti isolanti, alcool e salviette vanno a ruba, ma ogni punto vendita ha messo una quota tassativa a questi generi: non più di una confezione per acquirente. Non so bene chi l'abbia stabilito, se lo Stato, la ditta distributrice o il negozio stesso; ma è una norma sensata e i commessi sono obbligati a farla rispettare, anche a costo di dover gestire le frustrazioni e gli umori difficili dei clienti.

Sono vuoti anche gli scaffali della farina e dello zucchero. Forse gli americani non si fidano più dei panettieri e dei pasticcieri; oppure, credo io, forse pensano, non senza ragione, che preparare le cose in casa possa diventare un bel passatempo per tutta la famiglia, visto che bisogna stare in casa e lavarsi ossessivamente le mani. Almeno si sta insieme e i bimbi imparano a fare qualcosa. E poi il pane di casa ha sempre un gusto diverso: "c'me 'na ciòpa fata in ca'", dicevano i versi nel dialetto di Bondeno di Luciana Guberti. Peraltro, con una certa sorpresa ho saputo che nel Massachusetts ci sono tanti immigrati dall'Emilia: Malaguti, Bulgarelli... Mi riprometto di indagare a fine epidemia.

No, qui non c'è la polizia per strada a monitorare chi va dove e perché, e ciò è una bella fortuna; ma noi americani stiamo fermi e non ci muoviamo più dello strettissimo necessario. Certo, coi test che scarseggiano e che non si sa bene dove cercare (un mio conoscente è stato mandato dal medico di base all'ospedale centrale e quindi dall'ospedale centrale al medico di base), qualche volta ci sembra di essere nelle mani... dei commessi!

18 novembre 2016

La farsa (e l'addio)

C'era una volta (e forse c'è ancora), un senzatetto nero simpaticissimo con cui mi fermavo spesso a parlare sulla Broadway, all'altezza della 116a, vicino alla Columbia University, di fronte a un supermercato (che invece probabilmente non c'è più) nel quale ogni tanto gli compravo un cappuccino o altro. Un giorno parlavamo di politica e lo sentii dire il peggio possibile del Partito Democratico; quando terminò e io gli chiesi che cosa pensava del Partito Repubblicano, mi rispose con una smorfia di disgusto e un gesto brusco della mano: "Republicans are a joke!", che traduco liberamente (ma in fedeltà di spirito): i repubblicani sono una farsa.

Lascio all'informazione accreditata di analisti e politologi il commento autorevole. Dico solo che, dopo l'elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, molti suoi sostenitori si sentiranno autorizzati a scaricare la loro rabbia repressa contro gente come il mio amico senzatetto e a picchiarli a sangue. "Dategli una bella ripassatina," gridava il falso biondo Donald dagli spalti dei suoi comizi: "Se finite in tribunale, pago le spese io." E infatti ai raduni di Trump era normale insultare e pestare gli oppositori. Gli insulti ormai sono diventati la norma anche per strada: se uno ha la faccia appena un po' da indiano o da medio-orientale si piglia di certo una bella ripassata a parole dal primo passante fanatico di Trump e, se è a piedi, a volte anche una bella bastonata. Le scritte antisemite e anti-gay sono diffuse.

Chi mi conosce sa che avevo previsto tutto questo un anno fa: il prossimo presidente sarà biondo, dicevo. Biondo perché di Obama, per quanto onesto e dignitoso, s'è fatta una figura mediatica e poco più: il profeta nero investito del ruolo di cambiare il mondo intero, con tanto di Nobel per la Pace dato sulla fiducia (e in realtà trappola mortale) e lo stencil su tutti i muri, come fosse Che Guevara. Ma il profeta s'è poi rivelato solo un uomo, che peraltro ha raggiunto qualche risultato importante almeno in politica interna: il deficit e la disoccupazione sono diminuiti (uno di molto, l'altra di poco). Sappiamo però quanto poco contino i risultati effettivi rispetto al racconto che se ne fa.

Hilary doveva vincere già nel 2008, ma il nero le soffiò la mano alle primarie. Stavolta non bisognava rischiare; e quindi alla Democratic National Convention si fece tutto per ostacolare Bernie Sanders, il socialdemocratico di buonsenso che aveva veramente un piano per la classe media e, secondo i sondaggi, anche le carte per tenere testa a Trump. Nossignore: la reginetta bionda aveva aspettato troppo e scalpitava da anni. E così trovò conferma il teorema di Malaguti, secondo il quale, quando i democratici prendono paura e promuovono il candidato più moderato, la Casa Bianca va ai repubblicani. Così successe nel 1968 (la maestra elementare nera Shirley Chisholm contro l'avvocato bianco George McGovern: vinse Richard Nixon), nel 2000 (Bill Bradley perse le primarie, che vinse Al Gore, e andò alla Casa Bianca George W. Bush) e ora. Forse un giorno i democratici avranno il coraggio di fare i democratici (e chissà che io sia ancora vivo per vederlo).

Trump è in sé il ritorno del rimosso del subconscio americano: autolegittimarsi attraverso la forza e la violenza, offendere senza temere ritorsioni, vantarsi del sopruso e quindi riscrivere la storia in proprio favore, perché il passato non conta più (come sta scritto anche sul basamento della Statua della Libertà). Il più forte ha ragione e dimostra che Dio è dalla sua parte. Così si giustificò il genocidio dei popoli indigeni (Sioux, Chippewa, Navaho, ecc.). C'è sempre quello col pistolone che vuol mettere gli altri a tacere; un tempo era quell'altro biondo poco di buono del Generale Custer, poi arrivò Clint Eastwood sugli schermi (l'unico sostenitore di Trump nel mondo dello spettacolo). E sulla voglia dei trumpistas di sentirsi forti e potenti facendo passare la voglia di esser nato a chiunque non stia dalla loro parte le notizie si sprecano. 

State per leggere l'ultimo paragrafo della mia ultima storia americana; America al bar finisce qui. Non vedo altro di interessante da dire, né ora né nei prossimi anni. La vita quotidiana sembra destinata a farsi sempre più povera e forse addirittura disgustosa; non so se avrò voglia di raccontarla. Al resto penseranno gli altri, i giornalisti, gli opinionisti, che la sanno più lunga di me. Concludo con un'osservazione: l'insulto preferito di Donald Trump, cioè loser, io l'ho sentito usare a profusione anche in piazza a Bondeno di Ferrara, il mio paese d'origine, ovviamente nella traduzione italiana "povero sfigato". Un tempo si diceva dalle mie parti: L'America l'è chi da nu altar...


14 ottobre 2016

Non ripensarci...

Ogni tanto qualcuno si lascia sorprendere dal Nobel per la letteratura. Fu la volta di Dario Fo, nel 1997, ed è la volta di Bob Dylan adesso, proprio il giorno della morte di Fo. Un attore? Un cantautore? Personalmente, non ci trovo molto di strano: non mi sembra affatto che il teatro non faccia parte della letteratura, soprattutto se i suoi autori hanno anche calcato la scena (altrimenti dovremmo depennare Molière dalle storie letterarie e non mi sembra il caso). La canzone d'autore è da anni nelle antologie letterarie, dove De André regna (meritatamente) e Bob Dylan gli tiene appena dietro. Peraltro, già trentacinque anni fa un professore di lettere noto a molti miei compaesani (e sono sicuro che mi sta leggendo) portò in classe i testi di Gaber-Luporini e i cartoons di Quino, meravigliando gli studenti e scandalizzando i genitori. Fu cosa buona e giusta (i testi, i cartoons, la meraviglia e lo scandalo), specie a fronte di programmi che non prevedevano affatto l'approccio diretto ai testi, salvo "le pagine più belle della letteratura" al primo biennio delle superiori (poi, a rigore, doveva essere tutta storia letteraria; i testi erano a carico dell'intelligenza degli insegnanti).

All'epoca, ero al liceo anch'io e Dario Fo e Bob Dylan erano parte della mia vita quotidiana fin dalla scuola media: uno era in televisione, l'altro sul giradischi. Ma non piango di nostalgia: Dario Fo era molto spesso ammirevole, ma forse non lo apprezzavo fino in fondo. Bob Dylan faceva di tutto per non farsi capire, pensavo: storpiava l'inglese, parlava di naso (e a volte col naso) e la cadenza ti restava in testa, le parole mai (devo i miei fondamenti di inglese parlato a cantautori molto più tersi). Però li ho riletti entrambi e li ho apprezzati molto più tardi; si tratta di premi senza dubbio meritati, data la produzione testuale. E poi, io sto sempre dalla parte dei giullari, dei jesters, dei fools shakespeariani che hanno il coraggio di dire la verità nei confronti del potere (e non dovrebbero farlo solo loro) e Fo e Dylan almeno molto spesso l'hanno fatto. Quindi, bravi entrambi.

Mi si perdoni però l'osservazione di chi ormai ha una certa età e ne ha viste, se non tante, almeno alcune: ho una grande nostalgia del valore della cultura scritta e della letteratura in senso stretto. Era bello dover affrontare Pascoli in classe e leggere Gregory Corso o Emile Zola sotto il banco, mentre il professore interrogava gli altri (anche il professore che portò in classe le poesie di Allen Ginsberg, quello che mi sta leggendo adesso). Se leggevamo di frodo era perché leggevamo anche a scuola; e in fondo Corso o Zola (o Thomas Hardy, che piaceva molto a un mio compagno di classe) erano le ricadute di Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto, Manzoni e gli altri. La letteratura era parte della nostra vita quotidiana. Il mio liceo aveva una biblioteca scolastica continuamente in uso; ora mi dicono che sia chiusa (e quando due anni fa portai una sporta di Penguin Classics in dono, mi dissero che non si sapeva dove sarebbero finiti).

Oggi sotto il banco ci sono i videogiochi, che più spesso che mai non sono creativi; anzi, spesso tendono ad appiattire le storie sul modello di Terminator. Lo dico perché me ne hanno raccontato uno, intitolato Inferno: Dante va all'inferno a liberare Beatrice e per farlo deve ammazzare tutti i mostri che gli si parano davanti e riportarla in superficie viva. Vince chi lo fa nel minor tempo. Insomma, la solita storia del guerriero che salva la damigella in pericolo (pericolo di che cosa, poi?), quindi una storia maschilista e sciovinista, il tutto in meno di un minuto.

Ovvio, la Commedia è altra cosa. Intanto, è Beatrice che salva Dante dalla dannazione quasi sicura: la "selva oscura" dell'inizio è stata paragonata alla selva dei suicidi del canto XIII, quindi molto probabilmente Dante stava per compiere un gesto inconsulto e fatale (altro che guerriero ammazzatutto). Poi, Dante non ammazza proprio nessuno: anzi, quando vede i dannati (come poi quando vedrà i penitenti e i redenti) cerca di farsi raccontare le loro storie e cambia molto nel corso del viaggio-poema (ci sono chiare differenze tra il Dante che compie il viaggio e quello che lo racconta, per dirla in soldoni). E il bello di Dante che cambia è che, leggendolo, cambiamo anche noi; e forse per cambiare veramente e nel profondo c'è bisogno della lentezza della lettura (anche se le terze rime della Commedia spingono verso la fretta).

Ergo, una prece per Dario Fo e un complimento a Bob Dylan, com'è giusto, ma anche un rimpianto per un'epoca in cui si leggeva di più e più volentieri, e in cui la lettura era anche una forma di comunicazione. Perché si legge da soli, ma poi quando si parla ci si riconosce, si hanno più cose da dire e più emozioni da dare. Mi riservo di leggere le poesie di Bob Dylan: forse ho perso parecchio (come avevo perso parecchio quando non conoscevo bene il teatro di Dario Fo). Per ora rimango con le canzoni, dove a volte c'è un po' di mistica ("Blowing in the Wind") e a volte affiora qualche brivido di crudeltà: la voglia di dare il benservito a una donna, di non farsi conoscere e di non rendersi disponibile solo per la voglia di rinfacciarle il passato: "Don't think twice, it's all right." Non so se non ho voglia di ripensarci, Bob; non so se mi va di seguire il tuo consiglio...

18 settembre 2016

Ricordi di un dimenticone

Qui dall'altra parte del fosso, come diceva mio padre ("Là d'là dal fos..."), le donne sono in genere ossessionate dalle date di coppia. Noi uomini, invece, dimentichiamo, tralasciamo...

E sia: io sono tanto dimenticone da non essermi ricordato, il 26 agosto, del novantesimo di mio padre (classe 1926); ma un ricordo recente di Dugles Boccafogli in Facebook me l'ha fatto tornare in mente. Era il 1987 e al Tennis Club di Bondeno si svolgeva il secondo torneo singolare femminile. Lascio la parola a Dugles:

Il giudice arbitro era Roberto Del Vecchio, che si rese protagonista di un richiamo al dr. Rolando Malaguti che, presente tra il pubblico in tribuna, commentò uno scambio tra le giocatrici. La replica il dr. Malaguti la rivolse a Gianni Zampieri, dicendogli: "Presidente, chi è quell'energumeno che mi vuole zittire?". 

Mio papà commentava a voce alta e probabilmente l'arbitro Del Vecchio si era limitato a un serio e magari sussiegoso "Silenzio in tribuna, prego!". Papà aveva un caratteraccio difficile, autoritario e intollerante; ma non gli si poteva non riconoscere una sana insofferenza nei confronti di ogni formalismo e di ogni ostentazione e un senso dell'umorismo fuori del comune. La risposta all'arbitro, che mi fa arrossire ancora oggi, è solo una delle sue tante uscite; qui ne racconto altre due che ho sentito io e solo io e invito gli altri a riportarne altre nei commenti. 

Un giorno papà ed io camminavamo per un sentiero di montagna. Faceva caldo, ma non lo sentivamo molto e camminavamo in discesa con tanto di maglietta bianca e camicia a quadri addosso. Mio padre era piccolino e magrissimo, come molti ricorderanno, e io un po' più grosso e più alto, ma mai oltre il metro e ottanta. Vedemmo venire in salita un uomo alto almeno due metri, biondo, probabilmente tedesco, dall'incedere fiero e impettito, a torso nudo con tanto di rigonfi muscolari; lo lasciammo passare e quando costui fu ad almeno trenta metri, papà si girò verso di me col pollice e il medio della mano destra puntati all'ultima falange dell'indice della stessa: "Al gh'avrà 'n pistulìn lông acsì...!" Impietoso, ma ben trovato. 

Soffrivo da tempo di cisti sebacee e una era andata in suppurazione. Chiesi a papà di farmi una piccola incisione e di liberarmi dal dolore che ormai mi affliggeva da giorni. Vinta una certa sua riluttanza iniziale (non voleva mettere le mani addosso a nessuno e posso dire che non aveva nessuna manualità) finalmente mi invitò a presentarmi al suo studio in ospedale il giorno dopo alle nove e tre quarti. Mi fece spogliare fino alla cintola e mi disse di accomodarmi prono sul lettino, poi mi chiese: "La facciamo alla piccolo montanaro?" E che domanda era? Eravamo stati tanto in montagna insieme, vero, ma avevo ventiquattro anni, per la miseria! Risposi sì, va bene. Papà si mise a straziare sia la melodia de Le petit montagnard di Frontini, cominciando a canticchiarla (era stonatissimo), sia le mie povere carni, cacciando a forza il bisturi nella ciste infetta e quindi spremendola più e più volte per epurarla (lo so che si fa così, ma un minimo di anestesia periferica non avrebbe guastato). Dopo l'operazione, non riuscii a non sorridere e papà fece portare nel suo studio due caffè. 

Cominciò così la nostra abitudine di prendere il caffè insieme, fino all'ultima volta, alla stazione di Ferrara, alle sei di una mattina del gennaio 2003. Papà portava il sondino naso-gastrico, si nutriva artificialmente e non parlava più. Aspettavamo il treno per Bologna, primo tratto del mio ritorno a New York, dove abitavo allora. Papà indicò col dito il bar aperto, entrammo e con un gesto della mano mi fece capire che voleva che prendessi il caffè, il mio ultimo caffè con lui. Se mi capita di entrare in un bar di mattina presto (è raro) mi guardo sempre in giro e c'è sempre qualcuno che non vedo.

07 maggio 2016

Otium (scritto qualche tempo fa e completato ora)

Leggo della decisione del ministro Stefania Giannini di inserire un'ora di otium per tutti gli studenti italiani; e lo faccio durante la mia pausa pranzo, con accanto una copia delle Odi di Orazio. Il mio ultimo esame di latino risale al giugno 1985; quindi, nonostante il voto alto, ricordo poco o nulla. Tra le cose che ricordo, però, c'è il concetto di otium, che non corrisponde affatto alla svogliatezza e al dolce far niente (che spesso di dolce ha ben poco), ma alla vita ritirata, alla riflessione sulla vita; è il tempo dello spirito, il tempo della contemplazione, il tempo di noi stessi. Vi si oppone il negotium, che è invece il tempo dell'impegno, della partecipazione, degli affari, del coinvolgimento.

Sarà forse perché insegno, ma non credo che la scuola sia adatta all'otium proprio perché invece, idealmente, è il luogo del negotium: impegno, partecipazione, coinvolgimento e serietà dovrebbero essere i valori essenziali di ogni scuola che si rispetti. Che altro si dovrebbe / potrebbe fare a scuola se non impegnarsi nell'apprendimento, nella prova della conoscenza, nella discussione, nell'osservazione? Ed è giusto farlo insieme: l'apprendimento è collettivo proprio perché il sapere è attivo e discusso e non può essere altro (e vale per ogni materia: nessuno come il mio insegnante di matematica e fisica del liceo, il Professor Enzo Padovani, sapeva coinvolgere gli studenti tanto intensamente).

L'otium è fatto per altri momenti e richiede la solitudine, più che la compagnia. C'è chi medita anche in compagnia, ma si fa meglio da soli. Non è necessario scegliere un posto isolato nella natura (anche se aiuta ed è bello comunque), ma bastano anche il salotto o il tinello di casa propria e almeno due o tre minuti per restare seduti con la schiena eretta semplicemente a respirare e a non pensare a niente. Si tratta di creare uno spazio vuoto dentro di sé e sentire solamente il proprio corpo, cercando solo di essere se stessi e trascurando ogni pensiero o preoccupazione. È difficilissimo e anche due minuti sembrano non terminare mai, ma serve a ritrovare il contatto col proprio corpo e con quelle zone di noi stessi che spesso trascuriamo, nella frenesia incessante (e poco sana) di essere sempre quello che il mondo ci chiede anche solo per sopravvivere, dimenticandoci spesso di quello che veramente siamo. (Tim Parks, lo scrittore inglese che abita in provincia di Verona, ci ha scritto un libro: Teach Us To Sit Still, ovvero 'insegnaci a star fermi').

Non credo che la meditazione debba diventare materia scolastica. Sarebbe però una buona forma di rapporto tra l'educazione della mente e quella del corpo (ci sono due ore settimanali di educazione fisica che hanno una loro ragione profonda e troppo spesso snobbata). Basterebbero due minuti due volte nell'arco della mattinata e si starebbe tutti meglio, senza bisogno di riempirsi la bocca di retorica.

04 febbraio 2016

Il filo del rasoio

Al supermercato, sugli scaffali della cura del corpo per uomini è ricomparso il rasoio di sicurezza, proprio quello fatto a martello, con la vite del manico che apre le due ribalte laterali che poggiano sui cardini ai lati e si aprono al centro per far entrare nell'acetabolo la cara, vecchia lametta rettangolare col foro centrale. Eccola:

  

La ricordate? Dopo anni di lama doppia, tripla, quadrupla innestata su testina rotante, ritorna il vecchio arnese di cui si servivano anche gli architetti per tagliare i fogli da disegno. Come mai? Perché a furia di raffinatezze plastico-tecnologiche, farsi la barba è diventato un investimento a fondo perduto: un set di cinque griglie di plastica (qualcuno le chiama ancora 'lamette', ma ogni griglia ha almeno tre lame d'acciaio) non si trova a meno di diciotto dollari (e il manico del rasoio ne costa sei).

Vero: nel bagno di un uomo si trovano un pezzo di sapone e una bottiglia di shampoo, mentre in quello di una donna ci sono almeno cinque bottiglie di condizionatore, una di ammorbidente, due di rinforzante e una legione di flaconi di creme per ogni occasione ed evenienza. Ma le finanze sono quelle che sono; e per radersi non vale la pena impegnare la casa e l'automobile quando basterebbe impegnarsi un po' di più (mano ferma, gesto armonico...). Le vecchie lamette costano meno: con sette dollari una scatola di sei si porta a casa. E poi: una lametta di metallo arrugginisce in fretta e viene riassorbita presto dall'ambiente, quando invece le griglie di plastica dei rasoi di ultima generazione magari finiscono, come spesso accade, a deturpare gli oceani. Quindi ho comprato volentieri il vecchio rasoio di sicurezza, tutto in ottone cromato: faccio volentieri un passo indietro nel tempo che potrebbe consentire al mondo di fare un bel passo avanti. 

Ma guarda questi americani che rischiano addirittura di avere un presidente socialdemocratico...