15 aprile 2012

Bar Gheo: storie di un Falso Inglese

Per come l’ho conosciuta io – e per come ci sono cresciuto – sono convinto che la società italiana sia stata, almeno per molti anni, tendenzialmente omofoba, cioè che abbia avuto un forte timore verso l’omosessualità (anche a sinistra, come sapeva e soffriva il buon Luchino Visconti). Tant’è che la lingua italiana ha inventato infiniti termini derisori per l’omosessualità maschile (metafore vegetali dall’analogia oscura, prominenze corporee lombrosiane e quant’altro) e ha steso un velo di censura su quella femminile (salvo la metonimica Isola di Lesbo, che però si ritrova anche in francese e in inglese, da cui è probabilmente mutuata). È un ambito a cui, per psicofisiologia personale, non appartengo, ma che qui in America ho incontrato più volte, faccia a faccia.

Sia detto per inciso che, a parte gli ultimi venti o trent’anni, nemmeno i paesi anglosassoni hanno una storia di grande tolleranza verso l’omosessualità (e mi dicono che l’Australia sia ancora renitente a molte giustissime concessioni). Certo, magari per rivolta al puritanesimo della tradizione locale, la provincia universitaria del New England degli anni novanta, aveva rivolto l’ossessione omosessuale in positivo: alle feste del gruppo omosessuale-lesbico-bivalente bisognava partecipare comunque, in segno di solidarietà verso un gruppo che dopo anni di discriminazione era riuscito finalmente a emanciparsi.

Non l’ho mai fatto: mi sembrava stupido e paternalistico, quasi si chiedesse una forma di convalida ai ‘regolari’ (ma in virtù di quale regola?). Mi ha sempre fatto un po’ ridere l’ossessione verso la regola che poi va trasgredita, ma solo per chiedere a chi ha istituito la regola di istituirne a sua volta la trasgressione. Magari i filosofi mi diranno che è molto hegeliano (la società si evolve inglobando ciò che prima era abbietto), ma a me sembra invece il giochetto del nipotino bebè di Freud, che gettava dalla culla il suo giocattolo urlando Fort! (“via”), per poi recuperarlo tirando lo spago a cui il giocattolo era legato e urlando Da! (“qui”). E infatti nonno Sigmund parlava di Fort-Da come costituzione primaria del racconto: ciò che prima manca, o si allontana, dopo viene recuperato.

New York non conosce confini o remore di alcun genere. L’omosessualità è vissuta apertamente fin dagli anni trenta (specie nel quartiere delle arti, il Greenwich Village, aperto a qualsiasi stile di vita). Lì, per rivendicare le loro posizioni, gli omosessuali non hanno bisogno di fare quadrato. Ammetto che non fu piacevole trovarsi intrappolati nella folla della parata annuale – per me, poi, che odio le parate – specie con la bicicletta nuova comprata a Chinatown e da riportare intera a nord della Upper West Side, ma debbo dire che il servizio d’organizzazione di base fu molto efficiente e mi aiutò con gran gentilezza a disimpegnarmi. Finché una sera…

Un po’ di pazienza: è d’uopo una parentesi linguistica. Malgrado i termini di derisione e i silenzi di censura, l’italiano ha in sé grandi risorse proprio per venire incontro all’emergere dei soggetti omosessuali. Ormai il termine internazionale è l’inglese gay, che all’origine significava ‘gioioso’, ‘contento’, come il poeta tra i ranuncoli di Wordsworth: “A poet could not be but gay in such a jocund company” non sancisce l’omoerotia coatta. Ma allora perché sancire la gioia coatta? Un omosessuale avrà pure il diritto di essere giù di corda, qualche volta. E allora la lingua italiana può aiutare non solo a liberarsi della gioia coatta – e peraltro omofoba, perché all’origine presupponeva che l’omosessualità fosse essenzialmente trastullo e sollazzo – ma addirittura rispettare i problemi di gender con le variazioni di genere. Con un maschile e un femminile, un singolare e un plurale, possiamo dare giustizia e riconoscimento a tutte le categorie: un gheO, due gheI, una gheA, due gheE. È la soluzione che intendo adottare (come il femminile “pompiera”, carriera scelta da una carissima amica ghea: quando le risorse ci sono, vanno usate).

Una sera, dicevo, al di fuori di qualsiasi mia intenzione, capitai proprio in un bar gheo. Ero appena uscito dal cinema e avevo voglia di un baretto con un po’ di musica dal vivo, magari un gruppetto di jazz latinoamericano, magari acustico. Arrivai alla porta di un locale e chiesi a una signora tarchiata e ben impallonata in un giaccone nero di pelle: “Chi suona stasera?” “You know, this is a gay bar” (“guardi che è un bar gheo”). “Oh…” risposi con sorpresa ben contenuta, da buon “falso inglese”. “But you can always come in and have a beer, if you want” (“Però può sempre accomodarsi e farsi una birra, se crede”). Non mi sembrava educato rifiutare l’invito (ma che falso inglese…!) ed entrai.

Il bar era convenzionale, normalissimo (a ve’…!), con i tavoli tra i separé, il bancone di mescita, dove ordinai la birra in questione, e i tavoli da biliardo, dove mi rifugiai subito. Quando capito in un bar dove non conosco nessuno, mi metto sempre attorno al tavolo da biliardo: mi ricorda la mia infanzia, quando – di rado – mio padre giocava al Caffè Centrale (che non c’è più). Mi piace guardare il gioco, pensare, magari rivolgere la parola ai giocatori; e ogni tanto ci scappa una birra e un amico in più. Quella sera giocavano a biliardo due signore altrettanto tarchiate e impallonate, chiaramente ghee, che mi sfidarono con lo sguardo: chi sei e che cosa vuoi? Io sorridevo, sornione e falso inglese. Sembravo inoffensivo. Perciò cominciammo a ridacchiare e le seguii fino alla fine della partita e della mia birra; non ne seguì una seconda – né birra, né partita – ma mi ero guadagnato il sorriso. La signora ghea dell’entrata mi disse di tornare a trovarli.

Non mi capitò più di ripassare davanti al bar gheo. Però ci passai un bel dopo-cinema, calmo e tranquillo, con quel po’ di allegria che ci si può permettere con chi non ti conosce e magari ti guarda come un intruso, se non sembri abbastanza gheo (ma non sta a me dirlo). Se fossi capitato in un altro bar, magari mi sarei trovato in mezzo a stormi di fighette vanitose e sprezzanti in parata e sciami di fighetta modalioli altrettanto vanitosi e sprezzanti intenti a far da giudici al concorso di bellezza e a spiare le mosse degli altri prima di andare all’attacco; stormi e sciami mi avrebbero squadrato dall’alto in basso e girato la testa altrove. Bah! Potrei dire che sono troppo vecchio, ma certe cose – la vanità, la prepotenza – mi disgustavano anche da giovane.

E allora tornai a casa, ricordando che anni prima, in un altro continente, in un’altra lingua, una ragazza bellissima e affettuosa di fronte a un caffè avrebbe potuto dirmi che mi amava, se solo gliel’avessi detto prima io, invece di fare il falso inglese. Lo seppi solo anni dopo. E ormai ero invecchiato; e allora il falso inglese riuscì con sforzi immani a contenere e reprimere nel profondo l’urlo disperato del piccolo Freud che brancolava alla ricerca dello spago tagliato: Da!

06 aprile 2012

Un Nobel per strada e un Maestro di sabato (storie per una Buona Pasqua)

Al secondo-terzo anno di scuola media cominciai a rovistare nella biblioteca di famiglia, fino a quando non mi trovai tra le mani un tomo consistente della Rizzoli dal titolo enigmatico: Il dono di Humboldt (ma non erano Gaspare, Melchiorre e Baldassarre?). Lessi la prima pagina senza capirne niente, ma pensai che era scritta proprio bene; e mi bastò.

Il nome di Saul Bellow rimase rintanato in un qualche retrobottega della memoria fino al giorno in cui ne sentii parlare da Guido Fink, l’americanista ebreo ferrarese dell’Università di Bologna. Non sono mai stato suo allievo (studiavo a Padova) ma mi ha insegnato talmente tanto dell’America letteraria, soprattutto ebraica, che non riuscivo a non dirmi tale; e intanto copiavo i suoi programmi bolognesi per concordarli in proprio. “Millantatore che non sei altro!” mi disse Fink sorridendo. E io, dopo vent’anni di un’America che devo anche a lui, gli rispondo un po’ alla Benigni: “Scusa, Guido: lo sai che ti voglio bene”.

Quando a Boston, fresco di borsa di dottorato, mi trovai di fronte proprio Saul Bellow, il gigante della letteratura americana, il Premio Nobel storico e inveterato con l’incarico speciale di letteratura inglese alla Boston University, millantai senza ritegno. Bellow aveva letto in pubblico cinque pagine dal suo Bellarosa Circle e stava prendendo l’uscita. Mi feci avanti, e non per farmi firmare una copia di un libro—non l’avrebbe fatto—ma per dirgli che avevamo una conoscenza in comune: il Professor Guido Fink. “Certo!” disse un po’ sprezzante (come suo solito, a onor del vero) “Ho tenuto una conferenza alla sua università”. “Bene,” risposi: “Sapeva che sarei venuto a sentirla e le manda i suoi saluti”. Per la verità, non sentivo Fink da quattro mesi; ma—è vero—l’avevo in mente, mentre leggevo “Gimpel the Fool” di Singer, ed ero certo che, se avesse saputo della lettura pubblica di Bellow, mi avrebbe detto di salutarglielo (e non mi dispiaceva l’idea che magari Bellow gli scrivesse “Ho visto Malaguti…” e Fink pensasse ancora “Quel millantatore…!”). Saul Bellow mi elargì un sorriso: “Mille grazie! Ricambi, per cortesia”.

Quando rividi Saul Bellow, però, ero troppo stanco per millantare; quindi feci di peggio. Avevo appena terminato lo scritto di sei ore dei miei qualifiers e barcollavo sul marciapiede di fronte ai cancelli della Harvard University un po’ per la stanchezza un po’ per il peso equamente distribuito di un MacIntosh portatile del 1994 e di un grosso dizionario. Vidi avanzare in direzione mia proprio lui, il Nobel, avvolto in un soprabito nero—anche se era una bella giornata di maggio—e accompagnato dalla segretaria-moglie-madre della figlia neonata (che non c’era, però). Quando l’ebbi vicino, guardai e salutai. Bellow mi rivolse la parola

“La conosco?”
“Sì,” gli risposi (e la moglie sorrideva): “Lei è Saul Bellow e abbiamo in comune il nostro amico Guido Fink”
“Oh, certo. Me lo saluti tanto, quando lo sente.”
“Presenterò, stia sicuro” E poi un attimo di pausa.
“Come va?”, mi chiese.
“Mah, bene; ma oggi sono un po’ stanco”
“Perché mai?”
“Ho appena terminato gli esami scritti del dottorato.”
“E come sono andati?”
“Proprio bene, penso”
“Complimenti”, mi disse, sempre con un accenno di sorriso.

Sapeva che quel “complimenti” di circostanza mi avrebbe riempito di orgoglio, quindi me lo elargì come si dà ai bimbi la cioccolata. E io, contento come un bimbo, lo accettai di buon grado. Però, sapendo che erano complimenti di circostanza, ringraziai con un sorriso enigmatico; non avevo letto tanti romanzi per nulla. Bellow lo intuì subito, sorrise e mi salutò. Non lo rividi più.

Fink, invece, lo rividi l’anno dopo, il pomeriggio del sabato di Pasqua a New York, in un appartamento della Upper West Side. Mi accolse con tanta gioia che a tutt’oggi, ripensandoci, non riesco a non sorridere di cuore. Non solo nullo bel salutar tra noi si tacque, ma m’invitò alla cena del sabato con lui e la moglie Daniela, lì a casa. Seduti a tavola, parlammo soprattutto di Giorgio Bassani, che stavo rileggendo. Secondo il rito, Guido Fink spezzò il pane hallah e me ne diede un pezzo. Appena l’ebbi in bocca, non riuscii a reprimere il ricordo proustiano delle ‘treccine’ che il fornaio del quartiere, cattolico come non mai, ci preparava per merenda alla scuola elementare. Però tacqui, da buon fratellino minore: non desiderare la roba d’altri, sta scritto.

Non sono sicuro, però. Merendine a parte, sono stato cresciuto a Bassani, Woody Allen e sensi di colpa, e quando lessi per la prima volta Bernard Malamud capii che sarebbe stato l’autore della mia vita (“I suffer for you”, diceva il vecchio Morris). E Ferrara, e i dintorni… Una sera a New York, un pittore-decoratore romano decise di mostrarmi non il suo cuore d’oro, ma il suo fare strafottente e, conoscendo le mie origini, mi disse: “E ‘mo sei pure ebreo”. Non resistetti alla tentazione di rispondere “sì”. E sorridevo appena, come Saul Bellow.

Che squallido millantatore…!




01 aprile 2012

Ciao, caro! Ricordo di Pier Maria Pasinetti (1913-2006)


Pier Maria Pasinetti (1913-2006)
Il nome mi era noto fin dal liceo: l’aveva intervistato per Panorama il corrispondente dagli Stati Uniti, molto probabilmente suo amico. Raccontava che Venezia lo ispirava e la California gli dava energia (sa di luogo comune, ma una passeggiata per la ciclabile della spiaggia di Santa Monica lo può confermare). Circa dieci anni dopo, a Berkeley, la segretaria del Dipartimento di Letteratura Comparata mi diceva di aver seguito un suo corso sul romanzo europeo, sette anni prima: “Yes, I remember Pier Maria Pasinetti!”

Me ne sarei ricordato molti anni dopo, quando, un anno dopo la fine del dottorato e senza un lavoro, ero diventato la vergogna del dipartimento. In un paese protestante, se non riesci a farti strada, vuol dire che sei stato maledetto da Dio, anche (e soprattutto) se hai i voti più alti: via, sfigatone, che nessuno ti vuole! Il mio professor Feffe  (lo chiamo, per comodità, come il locomotore spompato del Pasticciaccio di Gadda) un giorno mi rincorse con un foglio in mano, che conteneva l’annuncio di un posto al Bennington College, dove cercavano un lettore d’italiano per un semestre, tanto per tamponare la scadenza del visto in giugno.

“E poi, sa, ci ha insegnato anche Pasinetti, che divideva l’alloggio con Wystan Hugh Auden, che scriveva addirittura versi in suo onore: ‘Here comes Pasinetti, who likes Donizetti, but thinks that Tartini is meany’ Poi l’hanno licenziato perché l’han trovato con una ragazza o sotto o sopra un pianoforte, non ricordo…” 

Non fu proprio così: il Bennington fu un misto di blues invernale (duro!) e di sporadiche cene con qualche amico (che non me ne vorrà, spero, per i miei risotti cotti male). Ogni tanto evadevo chiedendo in giro se avessero conosciuto Pier Maria Pasinetti. No, quasi nessuno: troppo indietro nel tempo. Magari ricordavano Arturo Vivante, ma di Pasinetti avevano appena sentito nominare. “Oh, that Pasinetti!” (avrebbero confermato le storie del pianoforte?). Ma Ben Belitt, il poeta che aveva tradotto Neruda, ricordava Pier con tanto affetto e mi pregò di salutarglielo quando lo avessi sentito.

Curiosando tra le vecchie foto del college trovai quella della cerimonia finale del 1947 e in fondo a destra, alto, ben vestito e coi suoi spessi occhiali da miope, c’era proprio lui: Pier Maria Pasinetti.  Poi, in una vecchia brochure commemorativa, lessi una sua nota: “Ero malato e Auden mi portò la cena dal Faculty Club, con un biglietto: ‘You are too social: you will never finish that novel’. Aveva torto, perché l’ho finito. Dieci anni dopo, ma l’ho finito”. Ed era il suo esordio Rosso veneziano, in seguito portato anche sul piccolo schermo della Rai. Dante Della Terza mi aveva dato il suo indirizzo; decisi di scrivergli.

Mi rispose per telefono, telefonando alla segreteria del College e lasciando un messaggio per me col suo numero di casa. Nella lettera gli avevo scritto che stavo preparando un pezzo sul La signora senza camelie (1952-53), il secondo film di Michelangelo Antonioni che avesse come interprete Lucia Bosè: avevo visto diverse corrispondenze pirandelliane e volevo chiederne conferma a lui, che aveva collaborato alla sceneggiatura.

“Mi sento come Thomas Mann quando i critici gli chiedevano i riferimenti delle sue opere…”  I Buddenbrook erano un esempio per lui, lo sapevo: un po’ perché mi dicevano che li insegnasse di continuo, un po’ perché su quel romanzo saga aveva modellato, per certi aspetti, proprio Rosso veneziano. L’avevo messo in buona compagnia, ma gli avevo anche dato un lieve fastidio. Trovai però il rimedio e alla fine della telefonata ci davamo del ‘tu’ e tutto era diverso. Mi raccontò quasi tutto di lui: la vacanza a Oxford a quindici e sedici anni (allora potevano permettersela solo i ben nati come lui) la laurea in letteratura inglese a Padova, il periodo in Germania e in Svezia prima dell’arrivo in America, proprio al Bennington College.

Ricordava bene Auden, che lo spingeva a definire Montale un “pallido imitatore” dei grandi moderni inglesi. Per lui la letteratura andava vissuta: era partecipazione in prima persona, rischio continuo. Niente teoria: “Sono incapace di pensiero astratto”. Era invece capacissimo di mettere a fuoco i personaggi e di riconoscere le linee essenziali della narrativa moderna come pochi. Aveva un’idea ancora romantica dell’autore-artista, ben centrato nell’individualità e senza dannunzianate: era un anglosassone nato a Venezia (e infatti amava Praz e disprezzava Cecchi che disprezzava l’America). E godeva la fama di gran tombeur de femmes o addirittura di “rovinato dalle donne”, come gli aveva detto in faccia – senza conoscerlo, spero – il padrone della Libreria Draghi di Padova.

Pier Maria Pasinetti (a destra) con Cary Grant
“E le ragazze! Le ragazze del Bennington scrivevano poesie meravigliose!” Aspettavo le sue confessioni perché volevo sentir raccontare la storia del pianoforte. “Ne ho ancora diverse. Eccone qui una…” Allora, la leggeva? Non la leggeva? “Qui c’è un errore di ortografia… qui un altro… qui un altro ancora… Per la lingua quelle ragazze erano proprio un disastro”. E si esprimeva così quello che aveva la casa di Beverly Hills frequentata da mezza Hollywood, comprese tutte le attrici oriunde svedesi, visto che, dopo due anni a Stoccolma, Pier parlava anche quella lingua? Ma quale pianoforte! Feffe aveva fatto il Boccaccio (boccaccio mio sta' zitto, altrimenti...)

Telefonavo a Pier quasi tutti i sabati, attorno all’una di pomeriggio, che a Los Angeles erano le dieci di mattina. “Oh, ciao caro…!” mi rispondeva col tono pacato e blasé tipico della Venezia di un tempo. Un giorno mi rispose: “Oggi mi gira un po’ la testa, strano…” Ahi! Si mette male, pensai; Pier aveva ottantanove anni. “E poi, sono tornato da Venezia da tre giorni…” E va bene: nove ore di viaggio e altrettante di fuso avrebbero messo fuori combattimento chiunque. “E poi: la prima sera mi trascinano a un party, la seconda sera a un altro party…” Ma per favore! Con un menage tale io, a trentasette anni (tanti ne avevo allora) sarei già finito in rianimazione!

Una volta, però, non lo sentii per parecchio tempo. Telefonavo ogni sabato e nessuno rispondeva. Pensai il peggio. Solo dopo qualche settimana seppi che Pier aveva avuto un incidente in casa ed era rimasto in ospedale un mese. Me lo raccontò lui, da casa: “Ho appena fatto in tempo a chiamare il 911, poi sono svenuto e mi sono risvegliato in ospedale”. Dopo un mese di ricovero, gli impedirono di vivere da solo: o una casa di riposo, o una badante. Non avrebbe mai lasciato la sua Pasinetti House, quindi scelse di prendersi in casa una live-in assistant.

“Non sai l’umiliazione! Io che sono sempre stato indipendente, che ho vissuto da solo tutta una vita!” disse disperato. “Però oggi è sabato mattina ed è tornata dal marito. Mi ha lasciato sul tavolo una colazione eccezionale. Dovresti vedere che meraviglia. Ora prendo una tazza di tè, però qui c’è…” E cominciò una descrizione da Hotel Danieli di Venezia o da film di Visconti. Dopo quindici giorni,  venni a sapere che Pier, la badante e il marito della stessa giravano tutti i ristoranti di Los Angeles a far festa. Lode a Pier Maria Pasinetti, maestro del vivere!

Una delle ultime foto
Feci l’errore di non andare a Los Angeles nel 2003 – ma mio padre era morto da troppo poco – e quindi di conoscerlo mai di persona. Poi Pier cominciò a perdere un po’ di senso di sé – salvo il passato, che ha trascritto nell’autobiografia Fate partire le immagini – e ci lasciò nel 2006, con la stessa discrezione con cui si allontanava dalle tediose riunioni di dipartimento il venerdì mattina alle undici e mezza dicendo: “Scusate, ma io tutti i giorni a quest’ora sono abituato a prendere una coppa di champagne…” Salute, Pier, dovunque tu sia. Sei sempre un esempio per tutti. Anch’io, infatti, ho ripreso il pezzo su La signora senza camelie; dieci anni dopo, ma l’ho ripreso.