03 agosto 2013

"Bisogna lavorare..."

In un Bed & Breakfast dove ho alloggiato recentemente, m'è capitato in mano un vecchio numero del New Yorker del 2005, all'epoca in cui ogni tanto mandavo qualche storiella a www.bondeno.com sull'economia americana e, soprattutto, su quelle che mi sembravano le conseguenze sulla vita di tutti i giorni. Ammetto: di economia ho sempre saputo ben poco, ma forse proprio per questo mi sforzavo di cogliere l'essenziale, come un bravo insegnante deve saper fare (e spero il esserci riuscito: questo fu il mio ultimo articolo).

Proprio nel New Yorker trovavo il mio esempio nel giornalista economico James Surowiecki, che seguivo regolarmente; ho imparato molto da lui e spesso mi basavo sui suoi articoli. Mi doveva essere sfuggito, all'epoca, l'articolo "No Work and No Play" sulle differenze tra Stati Uniti ed Europa del 28 novembre 2005, che ho letto in una serata di riposo. Basandosi su uno studio di Alberto Alesina, Edward Glaeser e Bruce Sacerdote, Suriowiecki sostiene che la disoccupazione in Europa si deve al fatto che, per i diritti dei lavoratori sostenuti con forza dai sindacati, in generale si lavora meno, mentre negli Stati Uniti si lavora di più e si guadagna di più e quindi è quello stesso disavanzo a produrre l'indotto che crea nuovi posti di lavoro.

Per esempio: in America si sta in ufficio dalla mattina alla sera, quindi non c'è tanto tempo per pulire la casa e lo si deve far fare a qualcun altro, che quindi lavora e viene pagato. Non c'è nemmeno tempo per cucinare, quindi alla fine si finisce spesso al ristorante, che si mantiene e paga i camerieri. Non c'è un vero congedo di maternità per badare ai figli appena nati, quindi bisogna affidarli a baby sitter e strutture: e sono posti di lavoro! Insomma, penso che si sia capito: sono i disagi sociali a fare PIL. Star bene al mondo significa non produrre ricchezza. I diritti dei lavoratori? La pace sociale? No: ormai si vive per il PIL, ovvero per farci uscire i soldi dalle tasche proprie verso le tasche di qualcun altro.

Chissà se nelle sue ricerche Surowiecki avesse mai incontrato il famoso discorso di Robert Kennedy alla University of Kansas del 18 marzo 1968, di cui do uno stralcio:

(...) Sembra che abbiamo barattato l'eccellenza della persona e i valori della comunità per il mero accumulo di beni materiali. Il nostro Prodotto Interno Lordo ora supera gli 800 miliardi di dollari l'anno, ma il PIL, se da esso si giudica l'America, il PIL comprende l'inquinamento dell'aria e la reclame delle sigarette e le ambulanze che sgombrano i morti in autostrada. Comprende le serrature speciali per le porte e le prigioni per chi le forza. Comprende la distruzione delle foreste e la perdita delle nostre meraviglie naturali per l'urbanizzazione selvaggia. Comprende il napalm e le testate nucleari e le macchine blindate per la polizia quando affronta le rivolte urbane. Comprende il fucile Whittman e il coltello Speck e i programmi televisivi che glorificano la violenza per vendere giocattoli ai bambini. E non comprende la salute dei bambini, la qualità della loro istruzione o la gioia nel giocare. Non comprende la bellezza della nostra poesia, o la forza dei nostri matrimoni, l'intelligenza del nostro dibattito pubblico o l'onestà dei nostri pubblici ufficiali. Non misura né il nostro acume né il nostro coraggio, né la saggezza né la preparazione, né la compassione né la devozione verso il nostro paese. E ci dice tutto dell'America, salvo il perché siamo fieri di essere americani. (leggi l'intero testo in inglese)


Neanche tre mesi dopo (tra il 4 e il 5 giugno 1968) Bob Kennedy venne ammazzato. Non penso che Surowiecki ignorasse il discorso, ma faceva (e fa) il giornalista: tutti parlano di PIL e parla di PIL anche lui, tanto per far vedere che sta al passo coi tempi (e non dice cose intelligenti: fa solo un passo, il passo dei tempi). È già tanto che non abbia detto che purtroppo il matrimonio limita fortemente l'indotto della prostituzione; ma in questo l'America è conservatrice e piccolo-borghese, a parole. Nei fatti, i festeggiamenti nuziali costano moltissimo (seimila dollari almeno); e comunque, dopo qualche anno il 50% dei matrimoni finisce in divorzi dolorosi e litigiosi, generando un indotto enorme di spese legali, notarili, immobiliari (ci vuole almeno una casa in più) e altro (psicologo, regali falsamente compensatori ai bimbi, vacanze di ripiego, ecc.). Con buona pace della prostituzione, il matrimonio conviene (agli altri). 

A un furtivo scapolo (anche nel senso che "se l'è furtivamente scapolata...") come me viene in mente il vecchio Signor Aurelio, il padre di Titta in Amarcord di Fellini, quando in cantiere ascolta la poesia del poeta-muratore Calzinaz che finisce con: "Ma la mia casa, n'dov'è?". E il buon Aurelio (socialista, con tanto di fiocchetto da anarchico) risponde che non si può ottenere tutto subito e che: "Bisogna lavorare... e uno, lavorando... lavora... bisogna lavorare, ecco!" Sì, anche il padrone della ditta Aurelio non sa bene a che scopo lavorare; ha lavorato tanto, è arrivato quanto più in alto gli potesse permettere la sua condizione, ma non se la sente di garantire agli altri che anche a loro andrà così. Chissà che cosa lo rende tanto titubante... Lo sanno tutti quelli che, quattro anni dopo l'articolo di Surowiecki in questione, cioè nel 2009, hanno perso il lavoro e si sono detti, con tono tutt'altro che placido: "Bisogna lavorare..." 

28 luglio 2013

Cinquanta sfumature di razzismo

In America volano pallottole, in Italia banane; e già capite di che sto parlando, visto che siete informati meglio di me. Un mio amico che ha letto Marx e ha l'Italia in scarsa simpatia direbbe che la tragedia americana si ripete nella farsa italiana (pazienza...). Oppure: conflitti di lingue e di culture tra l'Agloamerica pistolera e l'Italia contadina: non a caso in inglese non ci si tira la zappa sui piedi, ma ci si spara ("to shoot oneself in the foot"). Ma non voglio sorridere di fronte a tragedie personali e culturali come quella di Trayvon Martin (siamo in ginocchio, in molti sensi) e preferisco tacere sui quattro imbecilli che, tra manichini e banane, hanno offeso il Ministro Kyenge e messo alla berlina tutti gli italiani all'estero. Vi racconto invece qualche storia mia.

Prima storia A metà degli anni '90 insegnavo e studiavo in un dipartimento di lingue e letterature romanze, a cui facevano capo francese, italiano, portoghese e spagnolo. Molti dei miei colleghi di spagnolo venivano dall'America Latina e ricorrere all'inglese con loro mi sembrava un po' mistificante. Quindi cacciai la testa dentro una grammatica della lingua spagnola e cercai di ricavarne quanto potevo, esercitandomi con loro. Spagnoli e messicani mi rispondevano volentieri (e anche gli argentini, specie se accennavo qualche motivo di tango con la chitarra). Un collega di Puerto Rico, invece, mi rispondeva immancabilmente in inglese. Per lui non ero un collega che tentava di imparare la loro lingua: ero un bianco che, rivolgendoglisi in spagnolo, lo accusava di non conoscere l'inglese e di non essere quindi adeguato alla società anglosassone. Ma ero italiano! Peggio: ero un gangster da Padrino.

Seconda storia Sempre in quegli anni, come già ho raccontato, abitavo nel complesso di blocchi ad appartamenti Peabody Terrace, al 900 di Memorial Drive. Ogni tanto passavo qualche pomeriggio lungo il fiume Charles, vicino all'ansa dove il meandro si allarga e c'è spazio per un piccolo parco, che la domenica si riempiva di gente (soprattutto neri) a far merenda. La cosa mi ricordava l'epoca in cui anche noi, in tre o quattro famiglie, passavamo la domenica facendo merenda sul Po. Una domenica incontrai una signora nera che abitava vicino a Peabody Terrace; era lì coi suoi quattro figli (una ragazza e tre ragazzini più piccoli, mi sembra) e scambiammo due chiacchiere. Quando lei si incamminò verso la macchina, il figlio più piccolino rimase indietro. Memore di quanto mia madre si disperava quando la cosa capitava a me (cioè regolarmente) andai vicino al bimbo e cercai di fargli raggiungere la madre. Il bimbo iniziò a confessarmi: "Mi picchia sempre, ogni sera mi picchia sempre, qualsiasi cosa che faccia..." Non fece in tempo a finirmi la frase che un gruppo di giovani neri mi urlò da dietro: "EHI! TU! CHI SEI? CHE COSA FAI CON QUEL BAMBINO?" Risposi: "È il figlio della signora con cui ero qui a parlare; è rimasto indietro e lo riporto da lei". "MA AVETE SENTITO LO STRONZO? HA DETTO CHE LA CONOSCE! TU FAGLI GUARDIA, NOI ANDIAMO DA LEI". Mi lasciarono uno di loro a guardia, mentre gli altri andarono dalla madre portandosi il bimbo appresso. Stavano per andarsene, ma li richiamai: "Dico, ma chi credevate che fossi io?" "Di questi tempi non si sa mai"mi risposero senza quasi voltarsi. Mi sarei aspettato almeno un cenno di scusa, visto che mi avevano sospettato di pedofilia, che non è cosa da poco; e invece niente.

Terza storia Sempre in quegli anni, conobbi un medico dello Zimbabwe che aveva una certa simpatia per il fatto che fossi italiano, anche perché, così mi raccontava, doveva ai missionari italiani la sua scolarizzazione che poi gli permise di studiare medicina all'università. "Che cosa..." mi diceva, ma erano le sue uniche parole in italiano: i missionari gli avevan fatto scuola in inglese. Un giorno ci trovammo a parlare dell'immigrazione in Italia, fenomeno allora relativamente recente. Mi disse: "Sono fiero che l'Africa vi restituisca in pieno il danno che voi europei avete arrecato cento e passa anni fa". (Debbo però aggiungere che conobbi poi un altro medico dello Zimbabwe, peraltro direttore sanitario di un ospedale, che aveva fatto una carriera parallela: scolarizzato dai missionari, ma in italiano, che parlava ancora molto bene, e quindi laureato in medicina all'Università di Padova, molto più saggio e discreto...)

Comincio dalla terza storia. Volendo fare la punta ai chiodi, bisognerebbe dire che i danni andrebbero inflitti con maggior vigore alla Francia e all'Inghilterra (anche se l'Italia crispina e mussoliniana si macchiò di colpe gravi); la Francia in una certa misura li ha subiti, l'Inghilterra meno. Ciò, credo, non per ingiustizia storica, ma per insufficienza del modello etico-psicologico della vendetta. Chi vuole vendicarsi perde già in partenza perché, offendendosi, concede immediatamente un potere superiore all'altro; e se considera l'altro più forte non riuscirà mai, mai a restituirgli l'offesa, che invece devierà su un soggetto più debole. Come dico sempre, i calci restituiti a forza finiscono sempre sul culo sbagliato. Ho fin troppi esempi a portata di mano. L'imperativo di Gesù "porgi l'altra guancia" presuppone non la condanna alla sofferenza, ma, al contrario, una guancia molto più forte della mano che la colpisce: "Forza, picchia fino a stancarti! Io non mi sposto nemmeno". Non a caso, a pp. 31-32 di 101 storie zen (Piccola Biblioteca Adelphi) Gesù viene definito "quasi un Buddha". Le offese non vanno raccolte (e in questo il Ministro Kyenge ha dato un'ottima prova di sé, credo).

Nella seconda storia, si nota il grande vantaggio del pregiudizio razziale: fa risparmiare tempo. Vedendomi col bambino, i giovani neri pensavano di dover agire subito per prevenire un attacco pedofilo e sono intervenuti d'urgenza, senza chiedermi spiegazioni; e li posso anche capire. Però, quando hanno accertato i fatti, non mi hanno chiesto scusa; e questo non per mancanza di educazione, credo, ma perché non pensavano di essersi sbagliati. Io per loro non ero vittima di un sospetto ingiusto: ero l'Altro, colpevole oltre ogni prova contraria di godere più di loro e a scapito loro, che è il presupposto di ogni razzismo. E l'Altro è sempre pronto all'attacco, quindi bisogna fermarlo prima (e magari attaccarlo prima, come predicava George W. Bush nella dottrina del "preemptive strike").

Il razzismo non è una guerra tra poveri, ma tra micro-abbienti che si ritengono continuamente esposti all'Altro; e la soluzione è la stessa: colpire prima. Per quale ragione? Per appropriarsi dei vantaggi dell'Altro. E se va male? Ci si riprova. Ma magari l'Altro non gode mica poi così tanto: se si va a vedere... Non c'è tempo: quando sei andato a vedere, l'altro ha già attaccato e distrutto. La guerra artefatta si mantiene con lo stato di emergenza. Siamo sempre in trincea, come mi ricordava il collega di Puerto Rico.

Facciamo la pace? Non è così semplice. Oggi si vive d'ansia, si ha paura di perdere domani quello che si è conquistato vuoi a fatica negli anni vuoi anche solo per circostanze favorevoli. Ed è anche di queste paure che vive la società capitalista: con l'odio e la concorrenza si spende e si fa PIL, con la pace e la solidarietà no. E gli episodi di violenza? Conseguenze inevitabili: se vuoi la frittata, devi rompere le uova. Perciò non basta opporsi al razzismo in astratto, credo: bisognerebbe entrare in cucina e chiedere con forza chi vuol fare quale frittata con le nostre uova. Perché le uova, specie nel mondo globalizzato, sono proprio di tutti (e, come diceva Woody Allen nel finale di "Io e Annie", ne abbiamo tutti un gran bisogno).

27 giugno 2013

Addio alla 421

Sto per cambiare casa. Tra due giorni aprirò per l'ultima volta la cassetta 421 e ritirerò le ultime lettere arrivate. Dal primo luglio in poi, tutto mi verrà consegnato a una casella postale all'ufficio vicino all'università.

Perché? Un po' perché, a tutti gli effetti, l'appartamento è troppo grande per me; non ho mai arredato la stanza in più, che quindi non è mai diventata 'camera degli ospiti'. Poi, è un po' troppo isolato. Per carità: gli alberi restano sempre incantevoli. Era bello (è lo ancora, per i giorni che mi restano) vedere tanto verde d'estate e tanto bianco d'inverno dalla finestra attorno a casa; lo mostrano le tante fotografie che ho messo in rete anche qui. Purtroppo, però, come ho scritto un po' di tempo fa, la via in cui abito, da strada bianca degli anni '70 (come la descriveva la mia vicina agricoltrice, probabilmente ex-hippie) è oggi una carrabile frequentatissima. Non ho un sentiero dove passeggiare o correre (ho rimesso le scarpe da ginnastica e i dolori alle gambe sono scomparsi) e debbo fare tre chilometri di automobile per trovarne uno. L'appartamento dove prenderò alloggio a settembre (mi aspettano due mesi di camera a pensione, sarà un po' come essere in un posto di vacanza) dà addirittura sulla trafficatissima Route 9; ma almeno è ben insonorizzato (ho provato con le finestre chiuse) e il sentiero tra gli alberi è quasi dietro l'angolo.

Quando sono arrivato per la prima volta, quasi due anni fa (il 23 luglio 2011) volevo allontanarmi di proposito dal caos della città. Avevo abitato dieci anni a New York, di cui nove di agio totale (appartamentino monolocale spazioso al ventunesimo piano su Riverside Park, con vista meravigliosa vuoi sull'Hudson vuoi su Harlem) e uno di disagio impensabile, tra camere a pensione e trasferimenti in metropolitana tra il quartiere di Astoria e la Upper East Side dove avevo trovato un lavoro temporaneo. La quiete e il paesaggio di campagna di qui mi ricordavano molto le campagne intorno a casa mia e, anche se sono nato al Borselli di Bondeno (nel 1964 c'era...) e ivi cresciuto al Santissimo (la casa c'è ancora, a Via I Maggio 8), mi sono sempre sentito molto affezionato ai paesaggi di campagna dov'era cresciuto mio padre e dove mio nonno mi accompagnava durante le nostre lunghissime uscite in bicicletta d'estate (ho una bicicletta anche qui, ma il terreno collinare mi ha scoraggiato molto presto e non l'ho quasi usata; magari ora ritento, scegliendo con cura i percorsi). Insomma, ero un po' come il personaggio della canzone di Elton John Goodbye Yellow Brick Road, che dà addio alla corsa al successo della città per tornare alla campagna.

Mah... la campagna non è mia: appartiene a un altro (il padrone di casa) e a un'altra nazione (casa e padrona al tempo stesso). La casa della vita è di là da venire. E comunque ormai ho quarantotto anni: il grande avvenire è dietro le spalle, anche se non mi ricordo d'averlo visto (lo stress è come un gran raffreddore, che ottunde odori e sapori). Mi bastano i minimi comfort della nostra vita di oggi (i pochissimi che posso permettermi) e il privilegio (guadagnato a colpi di fatica e sacrifici, beninteso, e per nulla definitivo) di occuparmi ancora professionalmente di cose che mi soddisfano lo spirito. Finché può durare, posso dirmi contento. E allora ciao, casella 421; lasciamoci col sorriso di quelle poche volte che mi facevi trovare il biglietto di un amico o la lettera di qualche mio corrispondente italiano non ancora informatizzato. Ti lascio in compagnia di una lepre non di marzo, ma di fine giugno, che s'è avvicinata alla mia porta stasera. Che ti porti fortuna.



04 aprile 2013

Washington per noi

Curzio Malaparte
Sono andato poco a Washington, sempre per lavoro. Ci sono capitato di nuovo la settimana scorsa per parlare di Curzio Malaparte, l'autore di Kaputt e de La pelle, ottime storie di guerra tra verità e finzione (dove quest'ultima serve però a stimolare la realtà e a rivelarla nei suoi aspetti meno familiari). Anche se  fascista nel 1923 e professo comunista ventun'anni dopo, per me Malaparte non è stato un voltagabbana: fece troppo carcere (undici volte, in quei vent'anni) per aver detto solo quello che voleva.  Non s'è mai fatto veramente furbo.

Richard T. Gibson
Il convegno a cui partecipavo, però, non era su di lui, ma su un giornalista americano che, ospite dell'Accademia Americana a Roma (The American Academy in Rome), ha conosciuto e ammirato Malaparte dal 1951 al 1957: Richard T. Gibson, che non conoscevo affatto. L'organizzatore mi rassicurò: "Non si preoccupi, lei parli di Malaparte. Quasi nessuno conosce Gibson". E mi racconta un po' la storia di un giovane che arriva a Roma nel 1951, subito dopo l'università, e da Malaparte prende la passione per la politica e l'attivismo per poi partecipare ai tanti movimenti di liberazione dei paesi africani. Il giorno dopo, me lo trovai davanti: Richard T. Gibson, in persona, ottantenne sereno, sorridente e intellettualmente vivacissimo, a cui mi rivolsi subito in italiano: "Signor Gibson! Piacere di conoscerla..." Ricordava ancora l'italiano, ma poi continuammo la conversazione in inglese. Gibson era informatissimo di tutto e si vedeva che, come Malaparte, aveva conosciuto sia il mondo diplomatico sia le vittime delle guerre.


Il giorno dopo mi allungai verso il Cimitero Militare di Arlington. Era un bel sabato di sole e caldo e il cimitero era affollato di famiglie di ogni nazione a guardare le migliaia di lapidi dei soldati semplici. Non ci si può accostare alle tombe, ma quelle più vicine si leggono bene: sono quasi tutti morti nella Guerra di Corea o in quella del Vietnam. L'anno di nascita più frequente che ricordi era il 1947, quello di morte il 1969. Tra le famiglie, erano tanti i babbi e i nonni dai capelli bianchi, ma ancora ben in forma e a volte atletici: avranno avuto sessantacinque anni circa. Ecco, pensavo, qualche reduce vivo, scampato al fuoco nemico o amico, o qualche compagno di scuola che ha visto gli amici partire. E poi, quello che è successo lo raccontano bene Malaparte e Gibson, perché in certe cose tutte le guerre sono uguali.

Magari avrei dovuto guardare l'indice destro dei sessantenni: molti se l'erano amputato per essere esentati dal servizio, non potendo premere il grilletto del fucile; ma in certi momenti la malizia proprio non mi riesce. Non mi riesce nemmeno davanti alla tomba di John Kennedy, un enorme quadrato di cemento con una pira sempre accesa in mezzo. Non mi riesce nemmeno di fronte al marmo rosa di Robert McNamara, Segretario Generale alla Difesa dal 1961 al 1968, che solo nel 1995 dichiarò d'aver ritenuto che l'intera Guerra in Vietnam fosse futile. No, per lui c'è solo rabbia, rabbia per tante lapidi bianche solo per una futilità. E questa è Washington per noi, riformati dal servizio militare italiano e residenti in mezzo alle province dell'impero.

"Look: you can see the Pentagon from here!", osservava un signore. Vero: dal Cimitero di Arlington si vede il Pentagono. E viceversa, suppongo. Spero solo che dal Pentagono, almeno ogni tanto, guardino verso Arlington e riflettano sulle conseguenze delle loro decisioni.

22 febbraio 2013

Oggi, Umberto D

Ho mostrato ancora una volta Umberto D, il noto film di Vittorio De Sica uscito in sala nel 1953. La seconda legislatura, cioè la prima a maggioranza democristiana, non aveva affatto risolto i problemi più urgenti dell'Italia, tra cui la svalutazione vertiginosa della lira. Calcolando in breve il valore della moneta nel 1952 (anno di ideazione e e stesura della sceneggiatura di Cesare Zavattini) coi coefficienti annuali di rivalutazione monetaria, ci si accorge che il valore della moneta in corso è la metà rispetto al 1945-46 (fine della guerra), un ventesimo rispetto al 1943 (passaggio al fronte alleato, occupazione tedesca), e meno di un quarantesimo rispetto al 1940 (entrata dell'Italia in guerra).

Il povero Umberto Domenico Ferrari, che probabilmente contava di godere gli anni del meritato riposo da dipendente ministeriale in piena autonomia e indipendenza, s'è trovato bloccato nella camera a pensione in affitto per poter lavorare e risparmiare senza nemmeno (quasi) i soldi per la mensa dei poveri (un grazie a Paolo Giatti per la nota di storia economica). Nelle sue condizioni ci sono tutti i pensionati in protesta, che chiedono un aumento del 20%. Il corteo non è autorizzato: le autorità hanno negato il permesso e quindi il Corpo della Celere disperde anche quelli che sembrano pacifici vecchietti (altro che Black Blocs!) che vivono in camere in affitto perché, abbandonato il loro luogo d'origine per seguire l'impiego a Roma, poi non sono riusciti a risparmiare a sufficienza per potersi permettere una casa loro (e la guerra aveva poi fatto il resto).

Ogni volta che rivedo Umberto D ho paura, perché riconosco sempre più da vicino i segni della crisi del presente. So di gente che, perso il posto di lavoro, dopo un anno di disoccupazione è finita alla mensa della Charitas (e molti dei gestori segnalano che ai loro servizi si presentano sempre più famiglie). L'orologio che Umberto Domenico Ferrari cerca di vendere ("tic-tac tic-tac tic-tac...") oggi potrebbe essere un telefonino cellulare magari di penultima generazione, appena meno smart degli ultimi modelli. Un bene di lusso? Non so, visto che in Italia per qualsiasi lavoretto bisogna essere disponibili sull'unghia, nel giro di poche ore: per non perdere un'opportunità da cento euro, bisogna averne spesi almeno duecento, altrimenti non ci si salva dalla fame. La reperibilità dev'essere continua e ininterrotta, come la lubrificazione della sega circolare per casseforti secondo il Maestro Dante Cruciani (Totò) ne I soliti ignoti (1958, regia di Mario Monicelli).

L'Italia del dopoguerra sapeva arrangiarsi e ha avuto modo di ricostruirsi. Quella di oggi teme, con santa ragione, di dover tornare ad arrangiarsi: in altre parole, si è tornati indietro di sessant'anni. La guerra c'è stata, anche senza le bombe: è bastata la finanza, a togliere dal mercato effettivo somme ingenti di denaro, che ora non fanno altro che moltiplicare se stesse senza produrre niente (e Marx non l'aveva messo in conto). E in effetti è proprio la vecchia arte di arrangiarsi, cioè di arrabattarsi a qualunque costo, con la fiducia fatalista che qualcosa capiterà e che si andrà oltre il punto di non-ritorno-alla-miseria, che propone la solita storia di successo inaspettato di un "creativo" italiano (uso le virgolette perché nel dizionario c'è solo l'aggettivo, ma non so che cosa usare). Riassumiamola così: dopo centinaia di no e di porte in faccia, il designer Matteo Di Pascale ha trovato qualcuno in Olanda che ha ascoltato la sua idea di una serie di carte da gioco simboliche per stimolare il pensiero. Adesso, con la collaborazione di un amico di Matteo residente in UK-US, l'idea è su un sito di ricerca fondi; se qualche finanziatore ci mette del suo, il progetto va in porto. L'articolo conclude: "Voi che leggete, cosa aspettate?"

Ma che cosa vuoi mai che aspettiamo? Aspettiamo un po' di rispetto. Aspettiamo, e ci aspettiamo, che il potere non faccia prediche, ma gestisca ragionevolmente le risorse reali nel nostro interesse. Aspettiamo, e ci aspettiamo, un giusto riconoscimento della nostra operosità. Non vogliamo sfondare e avere fama mondiale: vogliamo arrivare con dignità alla fine del mese, come sta scritto peraltro nell'articolo 36 della costituzione.  Soprattutto, checché ne dicano i teorici del post-moderno, non ci sentiamo affatto obbligati a vivere di spinte bipolari, col prossimo colpo di telefonino cellulare che con un sì o con un no ci dice se abbiamo da mangiare la sera e il giorno dopo. Vorremmo aver fatto qualche passo avanti, rispetto al 1946.

Curioso: Arrangiatevi! era anche il titolo di un film diretto da Mauro Bolognini nel 1958, in cui una famiglia affittava un appartamento che fino a poco prima ospitava una casa di tolleranza. Il più, per la madre di famiglia, era far capire al vicinato che ora occupava l'immobile gente onesta e proba. È celebre il discorso finale di Totò, nonno della famiglia, dal balcone di casa: "Piantiamola con queste nostalgie! (...) A voi italiani è rimasto questo chiodo fisso qui! Toglietevelo! Arrangiatevi!". Parlava delle case di tolleranza, chiaro. Ma oggi di che cosa parlerebbe? Della (relativa) sicurezza del posto di lavoro? Di un avvenire sicuro e prevedibile? Di un minimo di stabilità familiare e sociale? Lo sapremo la settimana prossima. Forse.

18 febbraio 2013

Peccati di gioventù e di vecchiaia

Correva l'inverno 1991-92, quello di Tangentopoli e io ero appena ritornato dagli Stati Uniti. Anche se già ero laureato, ogni lunedì seguivo un corso di letteratura inglese e uno di letteratura angloamericana all'Università di Padova. Partivo alle sei e dieci da Bondeno e alle sei e mezza da Ferrara, dopo essere passato in edicola a comprare il Corriere della Sera (il lunedì non usciva Repubblica) e Cuore, il settimanale satirico in carta verde. Di solito leggevo prima il Corriere e poi ridevo con Cuore; ma ogni tanto era il tono falsamente conciliante del Corriere a farmi ridere, specie quando l'assurdo di Cuore si rivelava più vicino alla realtà (e capitava sempre più spesso).

Un mattino, però, avevo un bel po' di sonno e salii sul treno per Padova con la ferma intenzione di dormire. Un ragazzo di Ferrara che conoscevo dai viaggi frequenti (che chiamerò Marcello, anche se aveva un altro nome) era invece sotto esame e doveva ripassare. Quindi prendemmo posto: Marcello si mise seduto secondo la direzione del treno ("in spinta") per potersi concentrare, e io di fronte ("in tiro") per addormentarmi. Ci andò liscia fino alla stazione di Rovigo, quando salirono a bordo due ragazzotte chioccianti e rumorose, decisamente brutte e dalle chiome martoriate dalle parrucchiere di Loreo o di Contarina, che in tono fastidiosamente squillante si scambiavano le cronache del sabato e della domenica: fidanzati, famiglie e ricette di cucina. Per me e Marcello diventava difficile farci gli affari nostri.

Poi, poco dopo Monselice, il miracolo accadde. Una delle chioccianti chiese all'altra: "Mi dai la ricetta delle meringhe?". L'altra sciorinò la lista degli ingredienti da mescolare nella terrina e li suggellò in un crescendo finale: "e monti, monti, monti, monti, monti fino a che non viene duro!". Marcello mi guardò sorridendo e io, pur tappandomi la bocca, non riuscivo ad attutire i forti colpi al diaframma delle risate. Sobbalzavo facendo finta di star male, ma le chioccianti capirono subito e zittirono all'istante. Poco prima della curva a destra prima della stazione di Padova, ruppi il silenzio io: "Che cosa danno al Comunale adesso?" Marcello andava spesso a teatro e cominciò a commentare.

La nostra risata (mia, soprattutto) era piuttosto maliziosa e volgare e forse anche un po' classista. Per quelle povere ragazze eravamo due bellimbusti borghesi dediti a deridere il prossimo; due vitelloni da film di Fellini, insomma. E forse avevano ragione. Però noi non ci eravamo nemmeno rivolti a loro; approfittammo solo di un loro punto debole per ridere tra di noi e lasciarle con grande naturalezza nella vergogna della loro figuraccia. Ci stettero male per un po' e noi ci ritenemmo vendicati del chiasso che avevano fatto entrando nello scompartimento e distogliendoci dalle nostre occupazioni. Era solo ironia, in fondo.

Oggi fanno passare per ironia la domanda disgustosa e offensiva del solito vecchietto bavoso alla giovincella che lo presenta al comizio: "Lei viene?" Non mi amareggia tanto la domanda in sé, che è solo un'odiosa fesseria, quanto la platea beota che sorride e apprezza e l'interlocutrice che sta al gioco quando avrebbe potuto mettere a posto il noto vecchietto con un'arguzia ben assestata (c'è l'intera sesta giornata del Decameron di Boccaccio come repertorio di esempi; sarebbe ora di leggere di più). Ma si sa: i tempi cambiano. E in peggio.

In quei lunedì di ventun anni fa, col Corriere della Sera e Cuore l'uno di fronte all'altro, immaginavo che prima o poi il teatrino della politica sarebbe finito in farsa. Le battute ciniche e crudeli di Giulio Andreotti si sono trasformate in quelle prepotenti e offensive di Silvio Berlusconi, il professore di diritto Giuliano Amato in rappresentanza di Bettino Craxi nel professore di economia Mario Monti in rappresentanza del Club Bilderberg, il clericale in grisaglia Forlani nel clericale in loden verde Casini, mentre il duo Occhetto-Martinazzoli (il tenace e il pensoso) s'è fuso nel maestro Zen Pier Luigi Bersani, che per me resta ancora il più simpatico (anche nel senso etimologico della parola: quello che ha più sensibilità per gli altri), anche se assomiglia troppo alla caricatura di Crozza. E il talento comico migliore di allora, Beppe Grillo, ora è una lista elettorale; c'era da aspettarselo.

"Ragazzi, siam pazzi? Non siamo mica qui ad asciugare gli scogli..." (questa è autentica: l'ho sentita a un dibattito). Pier Luigi, mi sei simpatico e ti voto, certo, ma in verità io ho proprio l'impressione di asciugare gli scogli, di smacchiare il manto dei leopardi, di andare con l'innaffiatoio e l'ombrello nelle Foreste dell'Amazzonia, di fare il parmigiano col latte di soia, di fermar l'acqua con le mani... "Perché se piove, piove per tutti." Già: son ventun anni che diluvia.

10 febbraio 2013

La cassetta di Charlie Brown

La conosciamo in tanti: è la cassetta postale di Charlie Brown, vuota e con la ribalta aperta. Lui è di fronte, con un'espressione delusa, ma non sorpresa, come se si trovasse di fronte all'ennesima riconferma delle sue aspettative: San Valentino arriva e nessuno gli scrive. Tra una nevicata e l'altra, il 14 febbraio si avvicina e quasi di sicuro Charlie Brown si ritroverà ancora solo di fronte alla cassetta vuota. Tranquillo, vecchio amico Charlie! Se è per questo, nessuno ha mai scritto nemmeno a me e non me ne sono mai fatto un cruccio.

Come chi legge le mie storielle già sa, ho una cassetta postale identica, bianca, col numero 421 stampato in nero. Mi dà un certo senso di casa, anche se dentro ci trovo quasi sempre solo pubblicità, richieste di fondi di associazioni, bollette da pagare e, di recente, il plico delle schede elettorali per la Circoscrizione degli Italiani all'Estero-Nord America; non so che cosa mi metta più tristezza. Rari i biglietti e le cartoline, che però fanno sempre piacere, anche se, nell'era dell'informatica, si sono ridotti al punto tale da togliere un giorno di lavoro ai postini: niente più consegna al sabato.

Qualche anno fa ricordo che le cassette postali americane erano diffuse anche a Ferrara e provincia, anche se pochi avevano idea della funzione della bandierina rossa a lato. Contrariamente a quello che pensano molti, non serve per segnalare se c'è posta in entrata, magari evitando di uscire con la pioggia. No, qui siamo tutti seri (Anonima Banchieri, dicevo) e puritani e quindi non si fa certo gli schizzinosi per un po' di fango (visto che, col disgelo, a marzo ci affonderemo fino al ginocchio). Serve invece per segnalare la posta in uscita: si affranca la busta, si mette nella cassetta e si alza la bandierina rossa per fermare il postino che la ritira e, se ne ha, mette nella cassetta la posta in entrata.

Plichi e plichi in entrata, qualche busta affrancata in uscita: la vita si riduce a ben poco e non ci si fa più caso. Anche sepolti sotto la neve, si sopravvive, anzi: "L'inverno ci tenne al caldo, coprendo la terra in una coltre d'oblio, nutrendo una minima vita di tuberi secchi" (Eliot). Poi, quando il sole batte, tutti fuori: due spalate di neve e ci si riscalda. E basta aspettare le ombre delle quattro del pomeriggio e anche d'inverno l'animo si sgela (no, caro Montale, siamo senza limoni, qui).





09 febbraio 2013

La neve, là fuori...

Sono barricato in casa. Ieri pomeriggio, ho appena fatto in tempo a ritirare la macchina dal carrozziere (lunedì della settimana scorsa un imprudente mi era entrato nella fiancata sinistra a uno stop mal rispettato: il cambio automatico diffuso qui fa brutti scherzi) e a fare un minimo di spesa prima di dovermi togliere di strada definitivamente alle quattro, per ordinanza comunale. Da due giorni si aspettava la grande tormenta di neve, che finalmente s'è rovesciata su di noi ieri alle due. Eravamo tutti sull'attenti, pronti a far scorta di cibo in scatola per giorni, temendo un black-out simile a quello durato dieci giorni nell'ottobre del 2011, sempre a seguito di una forte nevicata imprevista.

Per la verità, la tormenta in corso non farebbe batter ciglio a nessun bellunese o bolzanino. Ne son scesi settanta centimetri buoni e forse tra oggi e domenica si sfiorerà il metro, ma in qualsiasi paesino delle Dolomiti sarebbero tutti allegri e darebbero il benvenuto ai turisti sulle piste da sci. Qui invece si dichiara lo stato di emergenza: qui son tutti seri (del resto c'è l'Anonima Banchieri, come diceva Buscaglione in Ciao, Joe).

Non ci sono stati danni alla rete elettrica comunque, ed era da prevedere. In pieno inverno, gli alberi spogli non trattengono tanta neve da spezzarsi e cadere sui fili della corrente (che non s'è ancora pensato a interrare). Perciò la gente ha preferito far scorta di cibo e prendersela comoda, anticipando i festeggiamenti del venerdì sera. Hanno infatti fatturato cinque volte tanto le bottiglierie. Io stesso, prima del coprifuoco, in coda alla Spirit Haus per poter accompagnare il trancio di tonno a cena con un sorso di bianco, ho visto la gente far razzia. Davanti a me, un tizio acquistava in un colpo solo ventiquattro lattine di birra, una bottiglia grande di whisky e due bidoni (in pratica) di misto per cocktail. "Vuole una sporta?" "No, ma se può aiutarmi a caricare la macchina..." "Oh, sì, volentieri..." Me l'aveva detto anche il carrozziere: "Ho il frigo pieno di Heineken e sto tranquillo".

Io non sono andato oltre il bicchiere di bianco a cena (ma i vicini al piano di sopra caricavano due casse di birra) e il caffè caldo di stamattina. E guardo la neve là fuori che, ammucchiata a dune dal vento, ha già sepolto tutte le automobili. E apro Tutte le poesie di Umberto Saba (a cura di Arrigo Stara, Milano, Mondadori, 1988) a pagina 433:


NEVE

Neve che turbini in alto ed avvolgi
le cose in un tacito manto,
una creatura di pianto
vedo per te sorridere; un baleno
d'allegrezza che il mesto viso illumini,
e agli occhi miei come un tesoro scopri.

Neve che cadi dall'alto e noi copri,
coprici ancora, all'infinito. Imbianca
la città con le case e con le chiese,
il porto con le navi (...)


Fra poco dovrò raggiungere il mio vicino che, cosa nuova, s'è messo a spalare con vigore; di solito lo faccio io. Ma per un attimo rimango qui da me, dove "non si sente altro che il caldo buono" (l'ho fregata a Ungaretti, che non me ne vorrà). Per il momento, conviene accontentarsi di poco: vino, caffè, noci, poesie...