15 dicembre 2012

La vita alla finestra

Il figlio della segretaria di scuola prima ha ammazzato la madre, poi è andato a scuola, è entrato e ha fatto un'orrida strage di bambini; poi si è ucciso. Ormai tutti lo sanno, tra telegiornali, radio e internet. Non aggiungo altro alle cronache di chi, per ovvie ragioni, è meglio informato di me e vi ha già raccontato quanto è concesso ai media di raccontare. E, purtroppo, è già successo altre volte dall'eccidio alla Columbine High School (1999) in poi (come dimostra l'elenco completo in inglese).

Non penso di avere strumenti privilegiati di giudizio. Certo, sono qui da quasi vent'anni e mi piace, da sempre, stare alla finestra e vedere la gente che passa e come vive e, naturalmente, vivere assieme a loro e farmi riconoscere. Ogni tanto, di fronte a certi episodi, mi pongo delle domande (come penso farebbero tutti).

Per esempio, solo nel 1994 (e già avevo trent'anni), dopo un anno di permanenza americana, venni a sapere dell'esistenza del date-rape, cioè della violenza sessuale usata dai ragazzi sulle ragazze con cui uscivano la sera quando queste non si volevano concedere. Orribile, pensavo, specialmente dopo che una mia studentessa mi aveva confessato di esserne stata vittima: l'ho vista devastata in poche ore.

Orribile e insensato, pensavo. Mettendo con grande difficoltà tra parentesi lo schifo per il godimento malevolo della coercizione (ragionare costa) mi son chiesto: che cosa potrà mai spingere da un lato a rovinare tutta una serata di buona compagnia (e magari un futuro rapporto, di qualsiasi tipo) con un atto di violenza e dall'altro, se il fine effettivo è l'atto finale magari da ottenere anche con la violenza, perché ore e ore di fastidiosa ipocrisia?

Cercando una risposta, pensavo ai miei anni del liceo e dell'università. Le passioni c'erano, com'era giusto. Ma non avremmo mai lontanamente nemmeno immaginato una cosa del genere. Ci conoscevamo, ci stavamo più o meno simpatici, a volte ci frequentavamo, più o meno intensamente, ma (almeno in generale) ci saremmo mai fatti del male così? No, perché erano le nostre innamorate, ma anche le nostre amiche, le nostre compagne di corso, le sorelle e le figlie di gente a noi cara... Erano la nostra vita, la vita personale, fatta di incontri e di momenti non di...

E qui mi venne la parola chiave: risultati. La vita americana è tutta orientata verso il raggiungimento di risultati. Si vive per lavorare, per mandare avanti una macchina che deve girare comunque, sempre, anche se non è attaccata a niente (o almeno a niente che porti vantaggi effettivi a noi). Mi ricordo, quasi trent'anni fa, due studenti americani d'estate in Italia, che seguivano corsi in un programma universitario estivo (straniero) non perché a loro piacessero le materie, ma perché non avevano trovato un lavoro estivo e dovevano dimostrare di aver impiegato produttivamente il loro tempo: un 'buco' nel CV sarebbe risultato sospetto ai futuri selettori aziendali. Il risultato va ottenuto a ogni costo, salute compresa, e si giustifica in quanto tale.

Per carità, nulla di male nel raggiungere risultati: anch'io ho i miei obiettivi nella vita. Ma il prezzo non può essere la perdita dell'amore per la vita stessa, che è fatta di passaggi, di transizioni, di incontri e, soprattutto, di presente. Ogni tanto bisogna anche viverlo, il presente, quella gente in strada, fuori dalla finestra, che passa e che saluta, che non chiede altro che essere riconosciuta e accettata per quello che è, nella sua dignità, nella sua immediatezza. È poi tanto illogica, quest'allegria? È tanto contraria agli scopi severi da raggiungere? O non dovrebbero, questi scopi, trovare una loro sintesi ultima nel vivere meglio?

Chi ha fatto strage di bimbi per poi ammazzarsi egli stesso aveva già perso la vita da tanto tempo. Già da tanto non viveva più e non poteva sopportare che gli altri--i bambini, soprattutto--potessero vivere veramente. Non possiamo permettere che ci tolgano l'amore per la vita. Ma amare la vita significa anche  (soprattutto?) avere il senso di poterla veramente cambiare, di poterne essere veramente partecipi, di poter essere felici con gli altri perché sono felici anche gli altri, perché o si è tutti veramente liberi o è la solita libertà obbligatoria, per cui non è libero nessuno.

Molti anni fa, per tutto questo, qualcuno era comunista, diceva Gaber. Io non lo sono mai stato né lo sono tuttora. Mi limito ad apprezzare le lacrime di Barack Obama ("e se non piangi, di che pianger suoli?" Inferno, XXXIII, 42); so che sono sincere, ma non voglio che siano vane. E potrebbero esserlo, se non sappiamo amare e cambiare veramente la vita.

29 novembre 2012

Il numero 37

Il Circolo Democratico di New York, affiliato al PD italiano, venne inaugurato nel febbraio 2008 nella sala comune del piano dell'Empire State Building in cui aveva affittato l'ufficio centrale, una stanzetta di tre metri per tre, a prezzi astronomici (no, non fu l'idea migliore). Diedi due mesi di vita personale e professionale (rischiando grosso) per tenere Berlusconi lontano dalla Presidenza del Consiglio. Improvvisando comunicati, girando e-mail e telefonate da un capo all'altro degli Stati Uniti, tutti noi collaboratori racimolammo il doppio degli elettori previsti per la nostra candidata, che però non bastarono a farla eleggere, purtroppo. E nemmeno a tenere Mr. B. lontano da Palazzo Chigi. Così fu.

Nel Circolo, la candidata possedeva la tessera n. 1, io la n. 37, anche se mi iscrissi subito dopo. Insistetti per interrompere la serie numerica progressiva. Volevo la trentasette, perché mi ricordava un aneddoto dell'infanzia di Vittorio De Sica che avevo sentito raccontare dal figlio Christian. Il piccolo Vittorio era a spasso col babbo (Umberto, da cui Umberto D) quando per la strada li fermò il sarto, creditore da tempo: "Signor De Sica! Sono quattro mesi che avanzo soldi da lei! Lei mi deve pagare! Pagare!" Il vecchio De Sica, senza tradire il minimo disagio, prese di tasca un libretto, lo aprì con calma e quindi rispose: "Caro signore, lei è il primo dei miei creditori. Se mi umilia un'altra volta di fronte a mio figlio, io la sbatto al numero trentasette!".

Oggi, dopo aver restituito già da quattro anni la tessera del PD, mi sento proprio come il vecchio Signor Umberto De Sica. Cari dirigenti, me l'avete già detto: iscriviti, collabora, fa' propaganda... E ora mi fate scegliere tra la titubanza dignitosa, ma molto sospetta, di Pier Luigi Bersani e l'arroganza vuota e spaccona di Matteo Renzi? No, non ci siamo (anche se, parola di non-comunista, meglio i vecchi compagni che i compagnucci della parrocchietta). Magari sono anch'io un rottame, ormai; ma ho sempre il libretto in tasca, e la politica è finita ben sotto il numero trentasette.

25 novembre 2012

Note (di lettere) italiane

Facebook, malattia lieve, ma fastidiosa (come il raffreddore). Due settimane fa ero tempestato di richieste sulle elezioni presidenziali (e non ho diritto di voto qui); ora è l'epoca delle primarie del PD e un'altra valanga di notifiche mi occupa il video, anche se ho restituito la tessera (n. 37) del Circolo Democratico di New York, alla fine del 2009. Poi, ogni tanto capita qualche discussione tra amici, di cui si impara a sopportare le bizzarrie (come loro sopportano le nostre). Affissi la risposta di Beppe Severgnini a chi gli chiedeva quale fosse la facoltà universitaria da scegliere: qualsiasi, basta che sia fatta con convinzione, ottimi voti, e nei tempi richiesti. Insomma, bisogna eccellere. Risposta sensata, pensavo (e la pensavo così già trent'anni fa, quando finii il mio liceo). Qualcun altro invece rispose: dipende, bisogna chiudere la Facoltà di Lettere e Filosofia, i cui corsi servono solo a ingrassare i docenti e a produrre spostati. Quel qualcuno aveva la laurea in lettere...

Me l'aveva già detto, quand'ero matricola (di lettere, con più di un sogno nel cassetto), uno studente al terzo anno di ingegneria: "C'è bisogno al massimo di dieci filosofi all'anno..." Chiaro, ogni studente d'ingegneria già al terzo anno sa esattamente che cos'è un filosofo e di quanti ce n'è bisogno ogni anno; altrimenti perché studiare ingegneria? "Dottore o ingegnere è più bello..." diceva il padre di un mio amico appena iscritto a economia e commercio. "Dottore? Non è medico e non è ingegnere..." mi disse il dirigente di un'azienda pubblica in merito a un laureato in scienze politiche. Consiglio un esercizio di nostalgia: prendete la foto di gruppo di una squadra sportiva maschile giovanile (magari di ragazzi borghesi) degli anni settanta. In che cosa si sono laureati poi i ragazzi? Ingegneria, medicina, ingegneria, medicina... (uno in giurisprudenza, ma proprio perché andava male in matematica). Per le ragazze, bastava il fidanzato ingegnere; per i ragazzi, invece, scegliere altro significava creare scandali in famiglia. La discriminazione tra facoltà e indirizzi di studio c'era; ed era pensante, a volte.

Tornassi al 1983, cambierei pochissimo: non lettere moderne, ma lingue e letterature straniere moderne (che già era l'alternativa di allora, magari ancora più viva, trascurata per motivi tristi all'epoca e futili oggi). Ora probabilmente insegnerei inglese nelle scuole superiori e abiterei a Ferrara, tra Via Arianuova e le mura, zona dalla massima concentrazione di scuole e insegnanti. Magari avrei visto meno mondo (ma qualche esperienza all'estero, con meno strascichi, ci sarebbe stata comunque), oggi avrei una rete di amici meno virtuale, magari scriverei di altre cose e forse la mia biblioteca di romanzi inglesi vittoriani avrebbe un uso migliore. 

Se avessi trent'anni di meno oggi, invece, la scelta sarebbe molto più difficile. Mi ritroverei con le stesse passioni, ma con tutt'altre pressioni. Forse farei esattamente quello che avrei voluto fare, ma con tante incertezze in più e, soprattutto, con tanta fiducia in meno nel futuro (anche se già all'epoca immaginavo i ministri democristiani non molto distanti dalle posizioni di Elsa Fornero, ma solo più ipocriti). La discriminazione verso le facoltà umanistiche è ancora più forte: mi dicono che, alla Statale a Milano, lettere e filosofia è considerata la facoltà degli sfigati con la patente (non amo gli eufemismi). Immagino schiere di aspiranti ingegneri controvoglia, che aspirano a condizioni di lavoro ancora incerte, nel futuro (specie se alla guida della coalizione di sinistra finisce il giovin rottamatore, che magari ha tante buone intenzioni, ma mi sembra poco più della longa manus della finanza, che già sta al governo).

Il mio imbarazzo di fronte al presente giunge al culmine quando vedo come l'Italia cerca sempre più di sbarazzarsi della propria cultura. D'accordo sui prestiti dall'inglese per la tecnologia e altro, ma chiamare una sala di lettura di una facoltà letteraria "Reading Room" significa licenziare la lingua in blocco, come se non se ne volesse più sapere. Poi, filosofia e letteratura adesso hanno festival su festival; è giusto promuovere le opere e dare a lettori e autori l'occasione di conoscersi. Ma poi si legge davvero? Ci si lascia trasportare da un buon libro? Lo si rilegge? Fa riflettere? O tutto termina con lo scontrino e magari la firma dell'autore? Quanto, del libro, resta coi lettori? Quanto cambia le loro vite? Perché i libri servono proprio a questo: a farci vivere diversamente, a darci altre prospettive sulla realtà, a darci la pazienza di ascoltare e la voglia di cambiare.

Goffredo Parise (1929-1984) al tavolo di lavoro
Quello che temo di più, invece, è proprio il licenziamento della cultura europea, che non è quanto l'Europa abbia prodotto, ma come noi in Italia, Francia, Germania, Spagna ecc. siamo stati abituati a trattare i libri: come compagni di vita, cose nostre, punti di riferimento... Ne parlava vent'anni fa Daniel Pennac nel suo Come un romanzo, forse per far fronte al declino della lettura. Ecco, questo mi lascia veramente perplesso. Perché un mondo senza lettura diventa un mondo inconsapevole, dove ogni trasformazione viene accettata senza discutere e senza scrupoli, secondo l'imperativo darwiniano (che ogni tanto fa capolino in Facebook) per cui sopravvive solo la razza più adatta al cambiamento.

Pochi però ricordano che Darwin parla di selezione naturale e di grandi numeri di esseri viventi che non scelgono né chi né cosa sono e nemmeno (tantomeno) come comportarsi. Un giorno muore tutta la specie, salvo pochi individui nati diversi, ma più adatti a un ambiente diverso; e la specie riprende da lì. La società umana è un'altra cosa: è fatta di decisioni e di scelte individuali e collettive, di problemi da risolvere e da situazioni da affrontare (e nulla di questo, nulla, è presente nel mondo animale). Credo che sia giusto ricordarcene spesso: le cose umane si possono sempre cambiare. Se le scosse del terremoto o gli uragani si possono solo subire (salvo, nel caso dei secondi, riflettere su come l'inquinamento atmosferico abbia agito sulla direzione dei venti) l'economia ha degli agenti umani. Svegliarsi il mattino e sostituire la preghiera di rito con l'osservazione delle quotazioni in borsa o degli scambi monetari significa, veramente, aver reso le banche quello che erano gli dei in Grecia o il dio cristiano nel Medioevo: i grandi agenti trascendentali del nostro destino, ai quali dobbiamo ogni giorno l'omaggio quotidiano che scongiuri le loro ire ("It's the economy, stupid!"). E non solo hanno sempre ragione, ma la nostra ragione è la loro. Una buona metà dei commenti che leggo ogni giorno in calce agli articoli sul sito del Corriere della Sera va in questa direzione.

Magari leggere ci ricorderebbe che, tra i tanti diritti, abbiamo soprattutto quello di pensare autonomamente; e poi, in democrazia, di chiedere che questo nostro pensiero abbia una sua conseguenza nella realtà. È chiedere troppo? Non lo era, trenta o quaranta anni fa. Oggi lo può sembrare, ma bisogna chiederlo comunque. Fino alla fine.

08 ottobre 2012

Come le lucciole

Si sa che l'autunno è sempre la stagione della politica americana; e con le elezioni presidenziali non si parla d'altro. Di Obama e Romney, però, sapete già tutto quello che i media possono raccontare (il resto va tenuto nascosto, beninteso, e forse lo sapremo tra cinquant'anni, con la liberatoria dei documenti d'archivio). E visto che ho già raccontato a Beppe Severgnini come Obama & Co. mi tartassino tutti i giorni chiedendomi altri soldi (che vincano e basta!) parlo d'altro.

Ho già detto altrove, penso, di abitare in campagna, in una casetta isolata a centocinquanta metri dalla villona del proprietario della casa e dei campi attorno. Duecento metri più a sud, invece, abita un'agricultrice (l'italiano si presta alle desinenze femminili, ho già raccontato anche questo) e da lei si trovano ancora due cose del passato che mi lasciarono piacevolmente sorpreso quando le vidi per la prima volta: di fronte a casa sua, proprio sulla strada, c'è un banchetto fiduciario di frutta e verdura; di fianco a casa, invece, un allevamento di lama.

Il banchetto fiduciario è una baracca quadrata di poco più di due metri per due, aperta sul lato della strada, piena di frutta e verdura fresca di stagione: pomodori, cetrioli, lattuga, erbette varie, zucche, melanzane, pannocchie di granoturco ben avvolte nelle foglie e non rosicchiate dalle arvicole e altro. I prezzi sono segnati col pennarello su quadrati di cartone da imballaggio e le banconote si infilano in un buco tra le assi di legno dei banchi (sotto c'è il contenitore) e gli spiccioli in un vaso di vetro. La baracca resta incustodita tutto il giorno. Passa sempre gente, che parcheggia l'auto sui ciglioni della strada, entra nella baracchetta e, strano a vederlo, lascia il corrispettivo: due dollari per quattro pannocchie giganti, quattro per due San Marzano belli grossi, uno e mezzo per una melanzana che, cotta al funghetto, potrebbe bastare di contorno per tre persone.

Una sera, tornando dal lavoro a piedi (lascio volentieri la macchina a casa, nelle belle giornate) passai davanti alla baracca e conobbi la proprietaria. Bionda, sulla cinquanta-sessantina, occhi azzurri e pelle rugosa, aveva il tipico aspetto della campagnola liberal di queste parti (e magari il team di Obama tafanava anche lei, ma non glielo chiesi). Mi raccontava che, purtroppo, con la crisi economica, la gente ogni tanto non solo asportava la frutta senza pagare, ma ogni tanto rubava gli spiccioli per far benzina al distributore un chilometro e mezzo più a sud. Ma lei non avrebbe mai chiuso la sua botteghina, mi diceva. Era una tradizione di famiglia, da quando un giorno la madre di lei si era trovata con tanti pomodori in più da smaltire e quindi ne mise due casse davanti a casa col cartellino del prezzo. I clienti arrivarono subito (pagando; ma, se anche non l'avessero fatto, non sarebbe stato un guaio, visto che era roba in più). Così cominciò la prima bottega fiduciaria di frutta e verdura; e ne seguirono altre, che ho visto qui nei paraggi.

Le dissi che io pagavo sempre, però. "Oh, ma lei è un vicino, è un'altra cosa. La vedo sempre passare a piedi con lo zaino..." Sempre no, purtroppo; altrimenti non avrei almeno sette chili da perdere. Comunque, in segno di buon vicinato, cominciò a riempirmi di merce: quattro pomodori grossi, una scatola di ciliegini e quattro pannocchie "da bollire appena e da mettere subito in acqua fredda, altrimenti perdono le vitamine". Erano le nove e mezza. non avevo ancora cenato e, dopo quaranta minuti di cammino dal lavoro, avevo i succhi gastrici a mille. Mi misi a sgranocchiare i pomodori ciliegini, uno dopo l'altro; erano proprio come ciliegie.

Quando invece vidi i lama per la prima volta, passando in macchina e tenendo d'occhio il lato destro della strada alla ricerca della cassetta postale bianca n. 421, la mia, subito pensai che fossero cavalli. Ma forse andavo troppo in fretta. Anche la simpatica agricultrice si lamentava degli automobilisti in corsa e del rumore (e la mia vecchia Ford Focus, purtroppo, è poco silenziosa): "Non hanno più rispetto per le case di campagna! Io ricordo bene quando questa era ancora una strada bianca, prima del '70". Confesso: ho un debole per le strade bianche. Sono innamorato di Via Argine Diversivo, una delle ultime strade bianche tra Bondeno e Finale Emilia.

Quindi cominciai ad andar piano anche per l'ormai asfaltatissima North East Street, guardando gli alberi scuri contro il cielo e immaginando lo sfrigolio del ghiaino sotto le ruote. Ma le strade bianche si capiscono solo a piedi, con calma, sotto il sole, sotto le stelle o in mezzo alla nebbia (dove, senza fari, ci si vede benissimo). Allora mi apparvero i lama, placidi, dignitosi, disincantati, un po' pigri, un po' come me. E anche adesso, di notte, li vedo accucciati a dormire: le automobili che sfrecciano per quella che ormai è una bretella di sfogo del traffico verso nord non li smuovono nemmeno.

Chissà perché, però, anche se di certo non lo voglio, li smuovo io, quando torno a piedi. Quando passo in silenzio (tutte le mie scarpe hanno la suola di gomma) loro si svegliano, mi guardano, si alzano, mi seguono lungo il loro recinto. Se passa un'auto e io alzo il braccio o l'ombrello per segnalare la mia presenza, loro guardano me. Sembra che li sorprenda vedere un uomo a piedi, di notte, che cammina. E sì che dovrebbe essere la scena più naturale, più elementare; ma proprio quella viene a mancare così radicalmente, tanto da sorprendere anche i pigri e paciosi lama.

Trentasette anni fa, per dire che era scomparso ben altro, Pasolini diceva che erano scomparse le lucciole. Il fatto che di lucciole a Roma ormai parlino le canzoni di Jovanotti è segno che sono scomparse per davvero, per sempre. Quello che mi sorprende è di essere io, la lucciola, per i lama della mia vicina, come se fossi l'ultimo superstite di una specie in rapida estinzione: un uomo senza propaggini tecnologiche, senza motori, senza raggi di luce che aggrediscono il suolo, senza ruote che artigliano e distruggono. Un uomo e basta, sui due piedi con cui è nato. M'han detto che c'è qualcuno che mi cerca da duemila anni e va in giro anche di giorno con una lanterna in mano, ma magari è solo una lucciola.


16 settembre 2012

Autunno americano (un po' di scuola elementare)

Due settimane fa gli Stati Uniti hanno festeggiato, a modo loro, il Labor Day, la festa del lavoro che, dal 1894, quando venne proclamata vesta nazionale, ogni anno coincide col primo lunedì di settembre. È l'ultimo giorno in cui le spiagge restano aperte, cioè curate e custodite, e l'ultimo lunedì di vacanza in cui di solito, nelle regioni settentrionali, ci si arrischia a cenare all'aperto, con la carne e le verdure sulla griglia (già al secondo lunedì d'ottobre, Columbus Day, la pioggia è in agguato).

Per i ragazzini il ritorno a scuola è anche un po' il ritrovarsi dopo una lunga estate. Per gli adulti è il giorno dei ripensamenti: l'estate è finita anche per noi e ci troviamo nel settembre dei nostri anni (o forse è la canicola d'agosto a sfiaccarci, o un buio pomeriggio d'ottobre a intristirci). Se si torna in riva al lago la domenica pomeriggio, si lasciano a casa spugne e costumi da bagno. Come qualcun altro ha già detto, il granturco nei campi è maturo e la coperta di notte è gelata (stanotte si arriva a 4 gradi, rispetto ai 24 dell'ora di pranzo). La vita si fa più lenta e presto comincerà a piovere e torneremo al cinema anche il pomeriggio, scantonando le vie e rifugiandoci in casa la sera.



È autunno anche della politica americana. C'è chi dice che Obama tornerà alla Casa Bianca, visto che ha un programma politico e che Mitt Romney vive solo di ideologie. Ma è spesso di ideologie che vive l'americano conservatore e individualista, che vorrebbe smantellare lo stato sociale anche se ne gode i benefici. E perché? Perché se ne vergogna: è un segno che non si può fare in proprio. Un modesto pizzaiolo del Midwest, intervistato, s'è dichiarato contro l'assicurazione sanitaria collettiva e i fondi per gli anziani. E da vecchio, se mai si ammalerà, devolverà la responsabilità ai figli, che dovranno prendersi cura di lui. Tutto in famiglia, in pratica. E chi non è ricco merita la miseria. Perciò si produce ossessivamente, temendo di continuo che dall'alto decidano (chi, poi?) che non servi più a niente e che è meglio metterti in strada, senza altro impiego e senza pensione. Ho visto tanti poveri in America di quell'età; chi dice che l'America non è un paese per vecchi non ha idea di quanto presto possa arrivare la vecchiaia, qui.


Allora si aspetta novembre, già pensando che il risultato delle elezioni farà andare di traverso a molti di noi il tacchino del Giorno del Ringraziamento. Ci si consola con le foglie rosse dell'autunno americano, che già cominciano a comparire sulle cime degli alberi, con le gocce di rugiada sui fili d'erba il mattino, col cielo ancora azzurro che lascia presagire una bella giornata a metà settembre con l'ultimo pranzo in giardino, sperando di svegliarci domani con un cielo inopinatamente sereno. Quando "la luce si fa avara, amara l'anima", basta poco per rallegrarsi (ma questo, ancora una volta l'ha già detto qualcun altro).

28 agosto 2012

Le parole in fondo al cuore

Non so chi abbia scritto "Porta Romana", la canzone della mala milanese ("e gettami giù la giacca ed il coltello / che devo vendicare mio fratello") quando era roba da ribelli e balordi emarginati, roba leggera ("Autobiografie della leggera" di Danilo Montaldi, da poco ristampato nei Tascabili Bompiani) e non crimine vero, da calibro nove. È una canzone leggerotta e a volte scollacciata, ma ha un verso che lascia il segno: "Ci sono tre parole in fondo al cuore: la gioventù, la mamma ed il primo amore". Le prime due ci lasciano, dice la canzone, e si resta imbrigliati nel terzo come imbecilli (ma sfuma presto anche quello, dicono dozzine di altre canzoni). Invece, quando scompare la prima magari non ci si rende conto; quando ci lascia la seconda sì. E chi mi conosce sa che mi è successo da poche settimane. È stato terribile per me, per i miei due fratelli e i miei familiari e tanti altri.

Non è però di ragioni di famiglia che voglio parlare, ma di un debito che debbo riconoscere proprio in questo sito di storie e storielle per i miei amici. È soprattutto a mia madre che devo il gusto del linguaggio e della scrittura. Non penso che si tratti di genetica né ho mai creduto che la scrittura fosse "un dono"; è un'abitudine, e a volte appunto un gusto, che si sviluppa col tempo e con l'esercizio, e che non può avere origine se non dalla lettura. Mia madre (come mio padre: s'erano conosciuti scambiandosi i libri di Pirandello) era una lettrice continua e vorace: accanto alla sua sedia c'erano sempre almeno quattro libri in sequenza.

È stata mia madre a farmi leggere i primi romanzi e racconti, alle mie prime carenze in italiano alla scuola media. Ricordo le nostre lunghe ore di lettura in montagna, quando fuori faceva freddo: Cassola, l'autobiografia di Chaplin... Rincarava la dose mio padre, leggendomi "I limoni" di Montale e facendomi innamorare degli Ossi di seppia poco prima degli esami finali. Terminai le medie con un voto molto alto in italiano, tante curiosità culturali e l'ultimo consiglio di mia madre: Sessanta racconti di Dino Buzzati (riletto più volte negli anni). Dopo seppi cavarmela più o meno da solo.

Quando si superano i quaranta (e i cinquanta si avvicinano a gran passo) è prevedibile perdere i genitori, anche se è duro e coglie sempre impreparati. Dopo, però (almeno così credo) loro prendono in noi il posto che debbono avere. Il posto di mia madre è, anche, nelle parole, nell'italiano che uso per raccontare queste mie storie e storielle e la vita che mi capita di vivere. Ci vuole vita per amare la vita, diceva un'altra madre della letteratura, la Lucinda Matlock dell'Antologia di Spoon River (altro libro che mia madre amava moltissimo); e con mia madre il linguaggio sapeva essere vita, creatività, spirito (e mio padre l'aveva capito). È giusto che, quiete quiete, le sue parole prendano posto in fondo al cuore.

08 agosto 2012

Tre favole



PRIMA FAVOLA:

C'era una volta una signora giovane, di trent'anni circa, che sedeva su una panchina della metropolitana di New York, alla fermata della 14a strada della linea 1, e aveva coperto il posto vicino al suo col New York Times della domenica. Quando, con un immenso fascione di giornali gratuiti raccolti in giro per Manhattan, mi avvicinai e mi misi a guardare il posto occupato, la signora raccolse il giornale per farmi sedere. Seduto, sfogliando il mio fascione, mi accorsi di avere due numeri della Village Voice; ne offersi uno alla signora, che s'indignò e andò a sedersi altrove. Salii sul treno e smontai alla 125a, vicino a casa. Smontò anche la signora e la salutai. Lei non rispose e affrettò il passo; io la sorpassai per dissipare ogni dubbio che la seguissi, ma sembrava però lei a seguire me. Entrai nello stabile dove abitavo e mi fermai con la portinaia, Ruth, che conoscevo da tempo. La signora entrò e passò in fretta oltre la portineria. Il giorno dopo, di ritorno dal lavoro, trovai Ruth, la portinaia, che mi chiese: "Andrea, che cos'ha fatto ieri a quella povera signora?" "Quale povera signora?" "Quella che è entrata ieri sera dopo di lei." "Ah, le ho offerto una Village Voice: ne avevo due..." Ci presentarono e gli equivoci si chiarirono. "Si vede proprio che lei viene da in una cittadina di provincia," mi disse la signora: "questa è New York"; le risposi che, se proprio avessi voluto incantonarla, non l'avrei certo fatto in un luogo pubblico, in mezzo alla gente. Non rividi più quella signora; mi dissero che aveva sposato uno spagnolo di alto rango. 

Morale: siamo tutti un po' prigionieri delle nostre paure, magari prudenti e giustificate, ma non sempre rispondenti alla realtà.


SECONDA FAVOLA:

C'era una volta una signora alta e statuaria, chiamata Walda, che abitava nello stabile vicino al mio a New York. Una mattina, trovandomi senza niente per far colazione se non un po' di caffè, scesi al negozio a due isolati a prendere due crafen (di solito me ne basta uno, ma stavo traslocando e, a furia di trasportar casse di libri, magari mi sarebbe piaciuto un rinforzo a metà mattina). Tornando col sacchettino della colazione, trovai davanti a casa sua la signora Walda, che guardava dritto davanti a sé. "Come va?" chiesi timidamente. Lei rispose adirata: "Malissimo, grazie! La polizia è venuta a darmi lo sfratto alle quattro del mattino e sono dovuta scendere in casa da mia madre al piano di sotto, poi lei s'è svegliata e ci ho messo un'ora a farla riaddormentare! Non ho chiuso occhio!" Nell’imbarazzo, alzai il sacchettino bianco e le chiesi: "Vuole un crafen?" “Eh! Per la verità un crafen ci starebbe proprio bene!". Aveva cominciato a sorridere. Si mise a mangiare di gusto e, sorridendo sempre di più, girò gli occhi verso di me: "Grazie!"

Morale: basta poco per sorridere e far sorridere.


TERZA FAVOLA

New York, fine dicembre 2002. Tornavo a tarda notte dal congresso dell’Associazione di Lingue e Letterature Moderne con una sporta di libri regalatimi dalla Simon & Schuster (un grosso gruppo editoriale americano, paragonabile al Bompiani-Sonzogno-Etas come importanza nazionale) che doveva liberare gli scaffali dello stand. Avevo tutto Kundera in inglese, più qualcosa di John Fante e altri scrittori americani che mi interessavano. In metropolitana passò uno dei tanti mendicanti a chiedere l’obolo e, come mio solito, gli lasciai un dollaro. All’altro lato della carrozza, un signore in abiti piuttosto malmessi lasciò al mendicante più o meno sei dollari. Mi sembrò un gesto fuori luogo, ma poi l’uomo cominciò: “Anch’io ero povero in canna e chiedevo l’elemosina. Ora ho un lavoro e posso permettermi un appartamentino in affitto, sono così contento…” “Le piace leggere?” gli chiesi. “Sì,” mi rispose, “mi piace proprio”. “E allora perché non accetta questo?” e gli misi in mano Ask the Dust di John Fante (tradotto in italiano da Elio Vittorini come Il cammino nella polvere). “Grazie! Grazie infinite! Che bello! Lo comincio stasera…” E scese dalla carrozza saltellando di gioia (e io vi rimasi, pentito di non avergliene dati altri).

Morale: spesso diamo risorse e privilegi per scontati e ci accorgiamo di goderne solo quando li condividiamo.


La vita è come un affacciarsi alla finestra, cioè molto breve, diceva Enzo Biagi. Perciò, se siamo tutti alla finestra, almeno salutiamoci sorridendo, conversiamo tra noi, offriamoci un po’ di aiuto, di comprensione e di solidarietà. Perché fan presto a richiamarci in casa. 

23 maggio 2012

Dalle mie parti...

Sono di Bondeno di Ferrara. Una volta, quando erano troppe le cose che non capivo, non ci tenevo molto. Oggi, nonostante le troppe cose che seguito a non capire, penso di avere un senso del posto in cui sono nato. Non è un bel paese. Non ha monumenti storici di rilievo, solo una piazzetta carina del Cinque-Seicento con l’unico porticato. Non ha nessuna attrazione particolare. Non è Finale Emilia, l’epicentro del terremoto di questi giorni, coi suoi soffitti affrescati, con la sua torre dell’orologio mezza crollata, con la sua stagione teatrale. È Bondeno: ha subito le scosse, ma pochi ne parlano (magari ha meno danni, non lo so).

Sul suo Facebook, un’amica delle mie parti scrive che mai come adesso, dopo le scosse, ha amato quei luoghi; che poi sono gli stessi che ho fotografato più volte e pubblicato nei miei album, sempre in Facebook. Un’altra mia amica mi dice che scompaiono i casolari di campagna, le cascine, le barchesse…E allora mi chiedo: che cosa sono le mie parti?

Le mie parti sono i paesaggi di campagna, fermi, immobili, con le foglie verdi che tremano al vento d’estate e rinsecchiscono e cadono in autunno, coi rami spogli che si stagliano neri sul bianco della nebbia o si coprono di galaverna d’inverno. Sono gli scorci di fiume, le anse, gli argini, le golene, le lingue di sabbia in mezzo alla corrente (che noi chiamiamo ingenuamente ‘isole’). Sono le pozze, gli acquitrini, gli stagni al lato dei campi, i cespugli di sambuco lungo le scarpate. Sono le case gialle nel sole del tramonto. Tutte cose che non hanno niente di particolare.

Forse vi sono affezionato proprio perché non hanno nulla di particolare né pretendono di averlo: sono il mondo com’è, che esiste solo perché così è. Gianni Celati, che ha raccontato molto bene questo mondo, amava le bifamiliari simmetriche “in stile geometrile” sulla Via Emilia: non si mettono in mostra, non rivendicano né canoni né trasgressioni. È un mondo che mette di fronte al grado zero dell’esistenza, a quello che ci rende tutti comuni, al nostro mero esistere quotidiano; proprio quello messo oggi in pericolo dalle scosse sismiche.

Una caratteristica delle mie parti è, dicono, il capiríssim, strazio grammaticale del verbo “capire” col suffisso di superlativo assoluto. È una forma di rassegnazione materialista residuale, dopo secoli di vessazioni ambientali (scarsi terremoti, magari, ma alluvioni senza sosta) e storiche (gli Estensi erano tutt’altro che santi, e lo Stato Pontificio ancor peggio), che porta ad anticipare la disfatta con l’imperturbabilità, la stessa del paesaggio attorno. E allora si lavora sodo e si pazienta: si accetta la grande Via del mondo e si opera tutti i giorni, come nel Tao e in Confucio. “Po”, del resto, suona cinese.

Non è una perla di saggezza e nemmeno un comportamento sempre positivo; anzi, può portare all’uggia e alla noia e tarpare ogni potenzialità di pensiero e di azione. Lo dice sempre, a ragione, un altro mio amico delle mie parti, che mi ha insegnato lettere al liceo e che ha sempre vissuto in direzione ostinata e contraria. Non so se possa servire il Tao di Bondeno, in questi giorni. So solo che l’ipocentro del sisma non mi sentirà, ma ciononostante vorrei tanto che avesse pietà per “i minimi atti, i poveri / strumenti umani avvinti alla catena / della necessità (…)” (parole di Vittorio Sereni; non ne ho trovate di migliori). Perché quelle sono le mie parti, le parti di tutti noi.

Un abbraccio a tutti quelli delle mie (delle nostre) parti.

10 maggio 2012

Per capire i loro silenzi (in forma di lettera)

Caro Giancarlo,

Scrivo da un'enorme libreria Barnes & Noble, nel mezzo di uno strip mall americano, una striscia disordinata di negozi (subito prima c'è Walmart, dove tutto costa meno, e subito dopo Whole Foods, con le sue leccornie d'importazione) che dà su un enorme piazzale-parcheggio. Gli scaffali si estendono per centinaia e centinaia di metri, tutti uguali. C'è da perdersi. La sola area caffè è grande quanto il Bar Centrale di un paese. Lontano, verso la finestra, vedo un tizio col maglione a girocollo e gli occhiali che legge un libro in prestito dalla biblioteca della mia università (riconosco la rilegatura marrone e il talloncino del codice a barre). Dietro la balaustrina, due quarantenni ridacchiano e parlano di Chesterton, quello di Padre Brown (che per me in televisione era Renato Rascel) e davanti a me, sprofondato sulla poltrona, un tizio enorme sta divorando un grosso romanzo di Stephen King ed è già oltre i tre quarti; e se sta attento a non incurvare il dorso, è perché probabilmente non lo vuole comprare.

Le librerie mi danno una certa calma e sicurezza. All'università, io e altri squattrinati (allora e poi) della facoltà di lettere presidiavamo la Feltrinelli di Via San Francesco a Padova leggendo di straforo Il libro dell'inquietudine di Pessoa (un commesso era nostro compagno di corso e ci copriva le spalle). Quando cambiai lingua e, all'Harvard Bookstore, acquistai i due volumi dell'Oxford Shorter English Dictionary che uso di continuo, mi presentarono a un canadese cinquantenne allampanato di origini per metà giapponesi e l'altra metà pellerossa, grande cultore della lingua inglese e organizzatore culturale di letture di poesia, che un bel giorno mi disse che stava per trasferirsi ad Atlanta per sposarsi (e non aveva nemmeno l'aria di essere fidanzato). E come avrebbe campato? Riparando computer. E liquidò la mia espressione di stupore: "Sono sempre stato bravo col cacciavite."

A New York, invece, a due strade dalla Columbia University, c'era il Labyrinth Bookstore (che ora chiamano Bookculture, ma per me il nome non cambia). Tutt'altro che labirintico, aveva le novità al primo piano e lo stock al secondo, diviso per discipline (narrativa, poesia, filosofia, economia, storia, scienze politiche, scienze naturali, antropologia, ecc.) Col 25% di sconto su tutti i titoli a causa degli ordini per i corsi, feci man bassa. I commessi erano i miei compagni di bevute e a una di loro subaffittai l'appartamento mentre ero in Italia. "Oddio!" esclamò appena entrata: "Hai comprato metà negozio!" Ma aveva ragione papà: i libri non vanno mai a male. E forse proprio per questo il giorno in cui papà mi lasciò per un altro mondo (magari migliore) mi raccolsi in un angolo del Labyrinth Bookstore a leggere i classici inglesi che più amava: Shakespeare, Dickens, Hemingway, Virginia Woolf... I commessi lo sapevano e mi lasciarono stare fin quasi all'ora di chiusura.

Le librerie sono un mondo a sé, dove grandi saggi e pazzi scriteriati imparano a convivere, e quasi sempre nella stessa persona, che non si vergogna più dei vari lati della propria personalità (come invece accade in qualsiasi ambiente di lavoro). Leggendo ci si lascia andare e non si ha più paura di chi ti sta attorno. La frase diventa troppo importante e passa la fermata della metro; oppure all'ultima pagina sgorga la furtiva lacrima che ci fa chinare sul libro, alzandolo sopra la fronte. Dopo un libro si cambia: si diventa più allegri o più tristi, più entusiasti o più disincantati, più spavaldi o più timorosi; ma ci si avvicina immancabilmente a noi stessi, lasciando dietro qualsiasi vergogna o spavalderia. Di fronte a un libro non abbiamo paura di essere noi e solo noi.

Il libro è un trampolino verso la coscienza: tutti abbiamo un po' paura di tuffarci. Però poi ci si prende l'abitudine e si scopre che a leggere non si è mai soli: ci sono tantissimi lettori vicino a noi. Per riconoscerli basta uno sguardo, un'alzata ironica di sopracciglia, una pausa nel discorso, magari un silenzio. E infatti, quando al tavolo della colazione di un alberghetto vicino a Washington, DC un giovane imprenditore mi chiese se secondo me fosse il caso di imparare due o tre parole di giapponese per ingraziarsi i clienti di Tokyo, gli risposi che gli sarebbe convenuto leggere Il paese delle nevi di Yasunari Kawabata in traduzione per capire i loro silenzi. Che sono un po' anche i nostri, quando ci mettiamo a leggere.

Il tuo ex-professore di lettere
Andrea

15 aprile 2012

Bar Gheo: storie di un Falso Inglese

Per come l’ho conosciuta io – e per come ci sono cresciuto – sono convinto che la società italiana sia stata, almeno per molti anni, tendenzialmente omofoba, cioè che abbia avuto un forte timore verso l’omosessualità (anche a sinistra, come sapeva e soffriva il buon Luchino Visconti). Tant’è che la lingua italiana ha inventato infiniti termini derisori per l’omosessualità maschile (metafore vegetali dall’analogia oscura, prominenze corporee lombrosiane e quant’altro) e ha steso un velo di censura su quella femminile (salvo la metonimica Isola di Lesbo, che però si ritrova anche in francese e in inglese, da cui è probabilmente mutuata). È un ambito a cui, per psicofisiologia personale, non appartengo, ma che qui in America ho incontrato più volte, faccia a faccia.

Sia detto per inciso che, a parte gli ultimi venti o trent’anni, nemmeno i paesi anglosassoni hanno una storia di grande tolleranza verso l’omosessualità (e mi dicono che l’Australia sia ancora renitente a molte giustissime concessioni). Certo, magari per rivolta al puritanesimo della tradizione locale, la provincia universitaria del New England degli anni novanta, aveva rivolto l’ossessione omosessuale in positivo: alle feste del gruppo omosessuale-lesbico-bivalente bisognava partecipare comunque, in segno di solidarietà verso un gruppo che dopo anni di discriminazione era riuscito finalmente a emanciparsi.

Non l’ho mai fatto: mi sembrava stupido e paternalistico, quasi si chiedesse una forma di convalida ai ‘regolari’ (ma in virtù di quale regola?). Mi ha sempre fatto un po’ ridere l’ossessione verso la regola che poi va trasgredita, ma solo per chiedere a chi ha istituito la regola di istituirne a sua volta la trasgressione. Magari i filosofi mi diranno che è molto hegeliano (la società si evolve inglobando ciò che prima era abbietto), ma a me sembra invece il giochetto del nipotino bebè di Freud, che gettava dalla culla il suo giocattolo urlando Fort! (“via”), per poi recuperarlo tirando lo spago a cui il giocattolo era legato e urlando Da! (“qui”). E infatti nonno Sigmund parlava di Fort-Da come costituzione primaria del racconto: ciò che prima manca, o si allontana, dopo viene recuperato.

New York non conosce confini o remore di alcun genere. L’omosessualità è vissuta apertamente fin dagli anni trenta (specie nel quartiere delle arti, il Greenwich Village, aperto a qualsiasi stile di vita). Lì, per rivendicare le loro posizioni, gli omosessuali non hanno bisogno di fare quadrato. Ammetto che non fu piacevole trovarsi intrappolati nella folla della parata annuale – per me, poi, che odio le parate – specie con la bicicletta nuova comprata a Chinatown e da riportare intera a nord della Upper West Side, ma debbo dire che il servizio d’organizzazione di base fu molto efficiente e mi aiutò con gran gentilezza a disimpegnarmi. Finché una sera…

Un po’ di pazienza: è d’uopo una parentesi linguistica. Malgrado i termini di derisione e i silenzi di censura, l’italiano ha in sé grandi risorse proprio per venire incontro all’emergere dei soggetti omosessuali. Ormai il termine internazionale è l’inglese gay, che all’origine significava ‘gioioso’, ‘contento’, come il poeta tra i ranuncoli di Wordsworth: “A poet could not be but gay in such a jocund company” non sancisce l’omoerotia coatta. Ma allora perché sancire la gioia coatta? Un omosessuale avrà pure il diritto di essere giù di corda, qualche volta. E allora la lingua italiana può aiutare non solo a liberarsi della gioia coatta – e peraltro omofoba, perché all’origine presupponeva che l’omosessualità fosse essenzialmente trastullo e sollazzo – ma addirittura rispettare i problemi di gender con le variazioni di genere. Con un maschile e un femminile, un singolare e un plurale, possiamo dare giustizia e riconoscimento a tutte le categorie: un gheO, due gheI, una gheA, due gheE. È la soluzione che intendo adottare (come il femminile “pompiera”, carriera scelta da una carissima amica ghea: quando le risorse ci sono, vanno usate).

Una sera, dicevo, al di fuori di qualsiasi mia intenzione, capitai proprio in un bar gheo. Ero appena uscito dal cinema e avevo voglia di un baretto con un po’ di musica dal vivo, magari un gruppetto di jazz latinoamericano, magari acustico. Arrivai alla porta di un locale e chiesi a una signora tarchiata e ben impallonata in un giaccone nero di pelle: “Chi suona stasera?” “You know, this is a gay bar” (“guardi che è un bar gheo”). “Oh…” risposi con sorpresa ben contenuta, da buon “falso inglese”. “But you can always come in and have a beer, if you want” (“Però può sempre accomodarsi e farsi una birra, se crede”). Non mi sembrava educato rifiutare l’invito (ma che falso inglese…!) ed entrai.

Il bar era convenzionale, normalissimo (a ve’…!), con i tavoli tra i separé, il bancone di mescita, dove ordinai la birra in questione, e i tavoli da biliardo, dove mi rifugiai subito. Quando capito in un bar dove non conosco nessuno, mi metto sempre attorno al tavolo da biliardo: mi ricorda la mia infanzia, quando – di rado – mio padre giocava al Caffè Centrale (che non c’è più). Mi piace guardare il gioco, pensare, magari rivolgere la parola ai giocatori; e ogni tanto ci scappa una birra e un amico in più. Quella sera giocavano a biliardo due signore altrettanto tarchiate e impallonate, chiaramente ghee, che mi sfidarono con lo sguardo: chi sei e che cosa vuoi? Io sorridevo, sornione e falso inglese. Sembravo inoffensivo. Perciò cominciammo a ridacchiare e le seguii fino alla fine della partita e della mia birra; non ne seguì una seconda – né birra, né partita – ma mi ero guadagnato il sorriso. La signora ghea dell’entrata mi disse di tornare a trovarli.

Non mi capitò più di ripassare davanti al bar gheo. Però ci passai un bel dopo-cinema, calmo e tranquillo, con quel po’ di allegria che ci si può permettere con chi non ti conosce e magari ti guarda come un intruso, se non sembri abbastanza gheo (ma non sta a me dirlo). Se fossi capitato in un altro bar, magari mi sarei trovato in mezzo a stormi di fighette vanitose e sprezzanti in parata e sciami di fighetta modalioli altrettanto vanitosi e sprezzanti intenti a far da giudici al concorso di bellezza e a spiare le mosse degli altri prima di andare all’attacco; stormi e sciami mi avrebbero squadrato dall’alto in basso e girato la testa altrove. Bah! Potrei dire che sono troppo vecchio, ma certe cose – la vanità, la prepotenza – mi disgustavano anche da giovane.

E allora tornai a casa, ricordando che anni prima, in un altro continente, in un’altra lingua, una ragazza bellissima e affettuosa di fronte a un caffè avrebbe potuto dirmi che mi amava, se solo gliel’avessi detto prima io, invece di fare il falso inglese. Lo seppi solo anni dopo. E ormai ero invecchiato; e allora il falso inglese riuscì con sforzi immani a contenere e reprimere nel profondo l’urlo disperato del piccolo Freud che brancolava alla ricerca dello spago tagliato: Da!

06 aprile 2012

Un Nobel per strada e un Maestro di sabato (storie per una Buona Pasqua)

Al secondo-terzo anno di scuola media cominciai a rovistare nella biblioteca di famiglia, fino a quando non mi trovai tra le mani un tomo consistente della Rizzoli dal titolo enigmatico: Il dono di Humboldt (ma non erano Gaspare, Melchiorre e Baldassarre?). Lessi la prima pagina senza capirne niente, ma pensai che era scritta proprio bene; e mi bastò.

Il nome di Saul Bellow rimase rintanato in un qualche retrobottega della memoria fino al giorno in cui ne sentii parlare da Guido Fink, l’americanista ebreo ferrarese dell’Università di Bologna. Non sono mai stato suo allievo (studiavo a Padova) ma mi ha insegnato talmente tanto dell’America letteraria, soprattutto ebraica, che non riuscivo a non dirmi tale; e intanto copiavo i suoi programmi bolognesi per concordarli in proprio. “Millantatore che non sei altro!” mi disse Fink sorridendo. E io, dopo vent’anni di un’America che devo anche a lui, gli rispondo un po’ alla Benigni: “Scusa, Guido: lo sai che ti voglio bene”.

Quando a Boston, fresco di borsa di dottorato, mi trovai di fronte proprio Saul Bellow, il gigante della letteratura americana, il Premio Nobel storico e inveterato con l’incarico speciale di letteratura inglese alla Boston University, millantai senza ritegno. Bellow aveva letto in pubblico cinque pagine dal suo Bellarosa Circle e stava prendendo l’uscita. Mi feci avanti, e non per farmi firmare una copia di un libro—non l’avrebbe fatto—ma per dirgli che avevamo una conoscenza in comune: il Professor Guido Fink. “Certo!” disse un po’ sprezzante (come suo solito, a onor del vero) “Ho tenuto una conferenza alla sua università”. “Bene,” risposi: “Sapeva che sarei venuto a sentirla e le manda i suoi saluti”. Per la verità, non sentivo Fink da quattro mesi; ma—è vero—l’avevo in mente, mentre leggevo “Gimpel the Fool” di Singer, ed ero certo che, se avesse saputo della lettura pubblica di Bellow, mi avrebbe detto di salutarglielo (e non mi dispiaceva l’idea che magari Bellow gli scrivesse “Ho visto Malaguti…” e Fink pensasse ancora “Quel millantatore…!”). Saul Bellow mi elargì un sorriso: “Mille grazie! Ricambi, per cortesia”.

Quando rividi Saul Bellow, però, ero troppo stanco per millantare; quindi feci di peggio. Avevo appena terminato lo scritto di sei ore dei miei qualifiers e barcollavo sul marciapiede di fronte ai cancelli della Harvard University un po’ per la stanchezza un po’ per il peso equamente distribuito di un MacIntosh portatile del 1994 e di un grosso dizionario. Vidi avanzare in direzione mia proprio lui, il Nobel, avvolto in un soprabito nero—anche se era una bella giornata di maggio—e accompagnato dalla segretaria-moglie-madre della figlia neonata (che non c’era, però). Quando l’ebbi vicino, guardai e salutai. Bellow mi rivolse la parola

“La conosco?”
“Sì,” gli risposi (e la moglie sorrideva): “Lei è Saul Bellow e abbiamo in comune il nostro amico Guido Fink”
“Oh, certo. Me lo saluti tanto, quando lo sente.”
“Presenterò, stia sicuro” E poi un attimo di pausa.
“Come va?”, mi chiese.
“Mah, bene; ma oggi sono un po’ stanco”
“Perché mai?”
“Ho appena terminato gli esami scritti del dottorato.”
“E come sono andati?”
“Proprio bene, penso”
“Complimenti”, mi disse, sempre con un accenno di sorriso.

Sapeva che quel “complimenti” di circostanza mi avrebbe riempito di orgoglio, quindi me lo elargì come si dà ai bimbi la cioccolata. E io, contento come un bimbo, lo accettai di buon grado. Però, sapendo che erano complimenti di circostanza, ringraziai con un sorriso enigmatico; non avevo letto tanti romanzi per nulla. Bellow lo intuì subito, sorrise e mi salutò. Non lo rividi più.

Fink, invece, lo rividi l’anno dopo, il pomeriggio del sabato di Pasqua a New York, in un appartamento della Upper West Side. Mi accolse con tanta gioia che a tutt’oggi, ripensandoci, non riesco a non sorridere di cuore. Non solo nullo bel salutar tra noi si tacque, ma m’invitò alla cena del sabato con lui e la moglie Daniela, lì a casa. Seduti a tavola, parlammo soprattutto di Giorgio Bassani, che stavo rileggendo. Secondo il rito, Guido Fink spezzò il pane hallah e me ne diede un pezzo. Appena l’ebbi in bocca, non riuscii a reprimere il ricordo proustiano delle ‘treccine’ che il fornaio del quartiere, cattolico come non mai, ci preparava per merenda alla scuola elementare. Però tacqui, da buon fratellino minore: non desiderare la roba d’altri, sta scritto.

Non sono sicuro, però. Merendine a parte, sono stato cresciuto a Bassani, Woody Allen e sensi di colpa, e quando lessi per la prima volta Bernard Malamud capii che sarebbe stato l’autore della mia vita (“I suffer for you”, diceva il vecchio Morris). E Ferrara, e i dintorni… Una sera a New York, un pittore-decoratore romano decise di mostrarmi non il suo cuore d’oro, ma il suo fare strafottente e, conoscendo le mie origini, mi disse: “E ‘mo sei pure ebreo”. Non resistetti alla tentazione di rispondere “sì”. E sorridevo appena, come Saul Bellow.

Che squallido millantatore…!




01 aprile 2012

Ciao, caro! Ricordo di Pier Maria Pasinetti (1913-2006)


Pier Maria Pasinetti (1913-2006)
Il nome mi era noto fin dal liceo: l’aveva intervistato per Panorama il corrispondente dagli Stati Uniti, molto probabilmente suo amico. Raccontava che Venezia lo ispirava e la California gli dava energia (sa di luogo comune, ma una passeggiata per la ciclabile della spiaggia di Santa Monica lo può confermare). Circa dieci anni dopo, a Berkeley, la segretaria del Dipartimento di Letteratura Comparata mi diceva di aver seguito un suo corso sul romanzo europeo, sette anni prima: “Yes, I remember Pier Maria Pasinetti!”

Me ne sarei ricordato molti anni dopo, quando, un anno dopo la fine del dottorato e senza un lavoro, ero diventato la vergogna del dipartimento. In un paese protestante, se non riesci a farti strada, vuol dire che sei stato maledetto da Dio, anche (e soprattutto) se hai i voti più alti: via, sfigatone, che nessuno ti vuole! Il mio professor Feffe  (lo chiamo, per comodità, come il locomotore spompato del Pasticciaccio di Gadda) un giorno mi rincorse con un foglio in mano, che conteneva l’annuncio di un posto al Bennington College, dove cercavano un lettore d’italiano per un semestre, tanto per tamponare la scadenza del visto in giugno.

“E poi, sa, ci ha insegnato anche Pasinetti, che divideva l’alloggio con Wystan Hugh Auden, che scriveva addirittura versi in suo onore: ‘Here comes Pasinetti, who likes Donizetti, but thinks that Tartini is meany’ Poi l’hanno licenziato perché l’han trovato con una ragazza o sotto o sopra un pianoforte, non ricordo…” 

Non fu proprio così: il Bennington fu un misto di blues invernale (duro!) e di sporadiche cene con qualche amico (che non me ne vorrà, spero, per i miei risotti cotti male). Ogni tanto evadevo chiedendo in giro se avessero conosciuto Pier Maria Pasinetti. No, quasi nessuno: troppo indietro nel tempo. Magari ricordavano Arturo Vivante, ma di Pasinetti avevano appena sentito nominare. “Oh, that Pasinetti!” (avrebbero confermato le storie del pianoforte?). Ma Ben Belitt, il poeta che aveva tradotto Neruda, ricordava Pier con tanto affetto e mi pregò di salutarglielo quando lo avessi sentito.

Curiosando tra le vecchie foto del college trovai quella della cerimonia finale del 1947 e in fondo a destra, alto, ben vestito e coi suoi spessi occhiali da miope, c’era proprio lui: Pier Maria Pasinetti.  Poi, in una vecchia brochure commemorativa, lessi una sua nota: “Ero malato e Auden mi portò la cena dal Faculty Club, con un biglietto: ‘You are too social: you will never finish that novel’. Aveva torto, perché l’ho finito. Dieci anni dopo, ma l’ho finito”. Ed era il suo esordio Rosso veneziano, in seguito portato anche sul piccolo schermo della Rai. Dante Della Terza mi aveva dato il suo indirizzo; decisi di scrivergli.

Mi rispose per telefono, telefonando alla segreteria del College e lasciando un messaggio per me col suo numero di casa. Nella lettera gli avevo scritto che stavo preparando un pezzo sul La signora senza camelie (1952-53), il secondo film di Michelangelo Antonioni che avesse come interprete Lucia Bosè: avevo visto diverse corrispondenze pirandelliane e volevo chiederne conferma a lui, che aveva collaborato alla sceneggiatura.

“Mi sento come Thomas Mann quando i critici gli chiedevano i riferimenti delle sue opere…”  I Buddenbrook erano un esempio per lui, lo sapevo: un po’ perché mi dicevano che li insegnasse di continuo, un po’ perché su quel romanzo saga aveva modellato, per certi aspetti, proprio Rosso veneziano. L’avevo messo in buona compagnia, ma gli avevo anche dato un lieve fastidio. Trovai però il rimedio e alla fine della telefonata ci davamo del ‘tu’ e tutto era diverso. Mi raccontò quasi tutto di lui: la vacanza a Oxford a quindici e sedici anni (allora potevano permettersela solo i ben nati come lui) la laurea in letteratura inglese a Padova, il periodo in Germania e in Svezia prima dell’arrivo in America, proprio al Bennington College.

Ricordava bene Auden, che lo spingeva a definire Montale un “pallido imitatore” dei grandi moderni inglesi. Per lui la letteratura andava vissuta: era partecipazione in prima persona, rischio continuo. Niente teoria: “Sono incapace di pensiero astratto”. Era invece capacissimo di mettere a fuoco i personaggi e di riconoscere le linee essenziali della narrativa moderna come pochi. Aveva un’idea ancora romantica dell’autore-artista, ben centrato nell’individualità e senza dannunzianate: era un anglosassone nato a Venezia (e infatti amava Praz e disprezzava Cecchi che disprezzava l’America). E godeva la fama di gran tombeur de femmes o addirittura di “rovinato dalle donne”, come gli aveva detto in faccia – senza conoscerlo, spero – il padrone della Libreria Draghi di Padova.

Pier Maria Pasinetti (a destra) con Cary Grant
“E le ragazze! Le ragazze del Bennington scrivevano poesie meravigliose!” Aspettavo le sue confessioni perché volevo sentir raccontare la storia del pianoforte. “Ne ho ancora diverse. Eccone qui una…” Allora, la leggeva? Non la leggeva? “Qui c’è un errore di ortografia… qui un altro… qui un altro ancora… Per la lingua quelle ragazze erano proprio un disastro”. E si esprimeva così quello che aveva la casa di Beverly Hills frequentata da mezza Hollywood, comprese tutte le attrici oriunde svedesi, visto che, dopo due anni a Stoccolma, Pier parlava anche quella lingua? Ma quale pianoforte! Feffe aveva fatto il Boccaccio (boccaccio mio sta' zitto, altrimenti...)

Telefonavo a Pier quasi tutti i sabati, attorno all’una di pomeriggio, che a Los Angeles erano le dieci di mattina. “Oh, ciao caro…!” mi rispondeva col tono pacato e blasé tipico della Venezia di un tempo. Un giorno mi rispose: “Oggi mi gira un po’ la testa, strano…” Ahi! Si mette male, pensai; Pier aveva ottantanove anni. “E poi, sono tornato da Venezia da tre giorni…” E va bene: nove ore di viaggio e altrettante di fuso avrebbero messo fuori combattimento chiunque. “E poi: la prima sera mi trascinano a un party, la seconda sera a un altro party…” Ma per favore! Con un menage tale io, a trentasette anni (tanti ne avevo allora) sarei già finito in rianimazione!

Una volta, però, non lo sentii per parecchio tempo. Telefonavo ogni sabato e nessuno rispondeva. Pensai il peggio. Solo dopo qualche settimana seppi che Pier aveva avuto un incidente in casa ed era rimasto in ospedale un mese. Me lo raccontò lui, da casa: “Ho appena fatto in tempo a chiamare il 911, poi sono svenuto e mi sono risvegliato in ospedale”. Dopo un mese di ricovero, gli impedirono di vivere da solo: o una casa di riposo, o una badante. Non avrebbe mai lasciato la sua Pasinetti House, quindi scelse di prendersi in casa una live-in assistant.

“Non sai l’umiliazione! Io che sono sempre stato indipendente, che ho vissuto da solo tutta una vita!” disse disperato. “Però oggi è sabato mattina ed è tornata dal marito. Mi ha lasciato sul tavolo una colazione eccezionale. Dovresti vedere che meraviglia. Ora prendo una tazza di tè, però qui c’è…” E cominciò una descrizione da Hotel Danieli di Venezia o da film di Visconti. Dopo quindici giorni,  venni a sapere che Pier, la badante e il marito della stessa giravano tutti i ristoranti di Los Angeles a far festa. Lode a Pier Maria Pasinetti, maestro del vivere!

Una delle ultime foto
Feci l’errore di non andare a Los Angeles nel 2003 – ma mio padre era morto da troppo poco – e quindi di conoscerlo mai di persona. Poi Pier cominciò a perdere un po’ di senso di sé – salvo il passato, che ha trascritto nell’autobiografia Fate partire le immagini – e ci lasciò nel 2006, con la stessa discrezione con cui si allontanava dalle tediose riunioni di dipartimento il venerdì mattina alle undici e mezza dicendo: “Scusate, ma io tutti i giorni a quest’ora sono abituato a prendere una coppa di champagne…” Salute, Pier, dovunque tu sia. Sei sempre un esempio per tutti. Anch’io, infatti, ho ripreso il pezzo su La signora senza camelie; dieci anni dopo, ma l’ho ripreso. 

29 marzo 2012

E cinquecento cammelli che si spezzano in un secondo...

A metà della mia quarta liceo scientifico la mia compagna di banco, di ritorno da una gita di una settimana in Egitto con la nonna, mi annunciò con orgoglio di avere ricevuto un’offerta di matrimonio da un egiziano in cambio di cinquecento cammelli; e di averci riso sopra con la nonna, a cui il pretendente egiziano s’era rivolto. Meglio così, le risposi: come avrebbero fatto a riscuotere cinquecento cammelli all’ufficio postale di Bondeno? Era bello poterne ridere: altri—altre—non ridevano affatto.

Sedici anni dopo, infatti, verso le quattro di un pomeriggio di luglio, mentre bighellonavo davanti a casa, al 900 Memorial Drive di Cambridge, Mass., noto anche come Peabody Terrace, complesso di casamenti dall’architettura vagamente sovietica di proprietà della Harvard University, vidi arrivare una schiera di ragazzetti più molto più giovani di me dal vago aspetto mediorientale. La più sfrontata mi si fece di fronte a mo’ di sfida e mi chiese se ci fossero appartamenti in affitto. Sono tutti in affitto, risposi, ma solo per il personale affiliato all’università. Lei non ne faceva parte, ma non voleva sentire ragioni: doveva a tutti i costi vedere l'impiegato supervisore del complesso e parlargli. Conoscevo di persona Kurt, tanto buono e paziente, e proprio per questo volevo evitargli l’impiastro di una postulante petulante e fuori luogo, che non avrebbe voluto sentire ragione.

Più indietro, in tono dimesso, stava seduta sul pilastrino una ragazza più grande di corporatura e in tutta probabilità più avanti con gli anni, che mi chiese: “Lei è alla Harvard?” Sì, le risposi, sono nel dottorato in lingue romanze. “Complimenti!”, mi rispose: sembrava veramente interessata. “E quante lingue parla?” Italiano e francese, dissi, e sto imparando lo spagnolo; sapevo un po’ di portoghese, ma l’ho dimenticato quasi tutto; ne so appena per cantare un po’ di samba e bossa nova con la chitarra. “Lei suona anche la chitarra? Che bello!”. La guardai bene: era una Claudia Cardinale un po’ più in grande e, almeno per me, una meraviglia a guardarla. Mi tentava l’idea di prendere la chitarra e improvvisarle una serenata, ma l’amica sfrontantella cercò di tagliar corto—voleva trovar casa prima di sera—e mi diede il suo biglietto da visita per telefonarle quando sapessi di qualcosa. L’altra scrisse il suo nome sul retro: Elahe. Venivano tutti dall’Arabia Saudita.

Chiamai Elahe due giorni dopo, a metà mattina. Restammo quattro ore al telefono a parlare un po’ di tutto e prendemmo appuntamento per un caffè quattro giorni dopo, al bar dell’Hyatt Regency, poco lontano da casa mia. Le piaceva il lungofiume e la prospettiva. Di fronte a un cocktail di cui non ricordo il nome – mi sa che sarei un pessimo barista – Helah si rivelò una ragazza di enorme buonsenso e coraggio. Era la maggiore di tutti i suoi amici e doveva un po’ fare la mamma a tutti, specie a Jaleh (più o meno), che con la sfrontatezza nascondeva tutta la sua difficoltà a trattare col mondo.

In un mondo che alle donne non permetteva (e permette poco tuttora) di mettere il naso fuori dalla porta di casa, Elahe voleva diventare infermiera professionale e fare carriera nella gestione sanitaria. Non voleva però – ci teneva a dirlo – diventare un uomo in gonnella: voleva restare donna e avere una sua famiglia, col tempo, cercando di portare tutti i suoi progetti a termine. E voleva tornare in Arabia Saudita: era il paese che amava e in cui vedeva il suo futuro. Per uscirne e seguire i corsi del Master in Public Health della Northeastern University, però, aveva dovuto falsificare nel passaporto la firma di consenso del fratello, che era il maschio anziano della casa dopo la morte del padre. Intelligente, bella, saggia e coraggiosa: l’avrei sposata sul momento, sfidando Alì Babà e i quaranta ladroni.

Era meglio dissimulare, però, con un po’ di distacco inglese. Risposi con un sorriso ignaro: che mondo strano, dissi, ci mancherebbe solo che offrissero alla tua famiglia cinquecento cammelli per poterti sposare, come è successo a una mia amica. “Quando è capitato?” mi chiese. Sedici anni fa, le risposi. “I cammelli non si usano più: ora ci sono le auto sportive”. Già, a lei era successo per davvero: per assicurarsi Elahe, una famiglia araba benestante aveva regalato al fratello di lei una Maserati. Uscire dall’Arabia Saudita le era costato tanti sotterfugi proprio per quell’impegno preso; altrimenti il fratello le avrebbe firmato il passaporto volentieri.

“Quando lo sento al telefono gli chiedo: allora, la macchina corre? Va bene?” Il sorriso le si era rattristato e lo sguardo piegò per un attimo a sinistra verso il basso.  “Anche i miei cugini in California non fanno altro che dirmi che il mio dovere è di tornare e sposarmi. Non ne posso più”. Poi alzò la testa: “Ma ora sono qui! Questa è la mia vita, questi sono i miei studi! Voglio fare il Master!” Le tornò il sorriso pieno e la testa alta. Era meravigliosa.

E infatti, visto che s’era fatto tardi, le proposi di accompagnarla alla stazione della metropolitana. I marciapiedi di Memorial Drive erano enormi ed era normale percorrerli in bicicletta. Perciò la invitai ad accomodarsi sulla canna, per far prima, come facevamo con le nostre compagne di liceo per tenerle tra le braccia per qualche centinaio di metri dalla piazza a casa (e loro, spesso, venivano in piazza a piedi anche per questo). “Oh, ma io non ho mai fatto una cosa del genere! Non sono mai stata su una bicicletta!” Già, però rideva meravigliata e teneva gli occhi fissi sul congegno meccanico a due ruote su cui veniamo alla luce noi padani (no, Bossi, tu non c’entri: fuori!). “Va bene, ma va piano, mi raccomando”. Partii con calma, pedalando piano, e presi appena un po’ di velocità lungo il rettilineo. Elahe rideva di gioia e non smetteva mai, finché non disse: “Grazie! Grazie, ma adesso basta! Basta, là!” Una volta scesa alzò le braccia ridendo: “Oh, non mi era mai capitato! Ma guarda! Mi sembrava di volare!”.

La rividi solo qualche giorno dopo, quando mi chiese di passare al bar sotto casa sua per un caffè. Mi precipitai; e in bicicletta, chiaro. Mi avvicinai un po’ e lei mi passò appena una mano dietro la nuca. Non era mai stata così vicina a un uomo, mi disse; ma mi disse anche che non voleva darmi illusioni: aveva un dovere da compiere e l’avrebbe fatto di certo, anche se non era affatto innamorata. Lo sei mai stata? Le chiesi. Sì, rispose, di due persone che non avrebbe mai potuto raggiungere: il suo medico e il principe d’Arabia. No, non era per me comunque. La sentii qualche giorno dopo: andava a Los Angeles a trovare i suoi cugini. Capivo che sarebbe rientrata e avrebbe seguito il suo destino. Per me, cinquecento cammelli si spezzarono in un secondo. E vorrei vedere questa mia storiella volare per i cieli dell’Arabia fino a Elahe, dovunque e con chiunque sia, per farla sorridere e ridere ancora. 

27 marzo 2012

L'anguria di mezza sera


C’era una volta l’anguria di mezza sera. La toglievamo dal frigo verso le nove e mezza-dieci, quando la seconda ondata di calore invadeva la casa nell’afa di luglio e agosto. Di solito era già divisa a metà o in quarti a sua volta tagliati in ottavi a forma di piramide triangolare dalla buccia verde e convessa alla base. La polpa era umida e fresca e dolce come un gelato; faceva passare la sete e la noia. C’era addirittura una specie di bar-tenda, il Baraccone, allestito nel cortile di un’officina meccanica abbandonata, che vendeva solo fette di cocomero e vino bianco e dalle dieci a mezzanotte era pieno di gente, di solito operai e studenti in vacanza. Poi la vita cambia, si lasciano l’afa e il gelo per altre afe e altri geli e non c’è più l’anguria di mezza sera; salvo vederla ritornare, sempre in pieno luglio, venticinque anni dopo a Spanish Harlem.

Come già ho raccontato, non riuscivo a frenare la dromomania serale estiva da provincia italiana: dopo cena dovevo per forza uscire. Ero un forzato dei due passi, che una sera decisi di fare verso nord, anche se tutti me l’avevano sconsigliato; ma il Dio degli Sprovveduti mi proteggeva e sapevo spicciarmi bene in spagnolo, che infatti tutti parlavano alla 140ª in su. D’estate, gli ispanici se ne stavano tutti fuori dalla porta di casa a prendere il fresco per strada, a parlottare, a sbevazzare bibite (niente alcolici, niente birrette) e a giocare interminabili partite di domino. Mi sembrava di essere ritornato ai tempi del cocomero e del baraccone, non fosse stato per le radio-giradischi a tutto volume (però lo ammetto: se si fossero messi a ballare non mi sarebbe dispiaciuto un giro di salsa, che all’epoca mi riusciva ancora).

Riparai in una lavanderia pubblica aperta anche di sera. Era pieno di dominicani e dominicane che si affaccendavano alle lavatrici a gettone: un bucato sei quarter (quarti di dollaro, del valore di 25 centesimi) , un’asciugata quattro (perché in America, per far prima, non mancano mai le asciugatrici). Fu una signora sui quarantacinque a rivolgermi la parola, mentre palleggiava tre fagotti enormi di biancheria da lavare e due pargoli di undici e otto anni, con le solite domande: come sta, è nuovo di qui, che cosa fa, ecc.

Poi, a bruciapelo, com’è normale qui: Usted está casado? (Lei è sposato?). No, risposi. Y no se aburre? (E non si annoia?). Dopo lo stordimento iniziale (avevo passato troppo tempo con Antonioni per non ritenere che la noia venisse dopo il matrimonio e non prima) capii: per lei era strano che un ultra-trentenne si trovasse a bighellonare la sera. Certo, la sua discreta figura a clessidra nonostante le quattro gravidanze e il suo sorriso simpatico e guascone mi ammonivano che, tanti anni prima, avrei fatto meglio a pensare un po’ meno ad Antonioni e a imparare un po’ più di spagnolo; e aveva ragione. Ma magari il marito geloso era dietro l’angolo, con due spanne di switchblade a serramanico, un liccasapuni molto temuto in loco. E dall’ospedale civile Columbia Presbyterian volevo star fuori finché possibile.

Mi misi a conversare col padrone della lavanderia. Era un signore cinese sui cinquant’anni circa, in camicia bianca e pantaloni neri e sfoderava un bel sorriso cordiale: aveva tutto l’aspetto della brava persona, del buon tintore dei paesini padani. Cominciò a raccontarmi della casa in New Jersey, del tragitto pendolare di ogni giorno, dei figli a scuola…  Dopo una mezz’ora di ciarle, uscì dal retrobottega una signora cinese circa dell’età del padrone—doveva essere la moglie—con un vassoio ricolmo di fette di cocomero; ne offrì una a me, poi un’altra al marito, poi a tutte le signore intente al bucato e ai bambini.

Ringraziai sorridendo. L’orologio segnava le dieci e venti. L’ondata di calore si faceva sentire. Al primo boccone di anguria sciolto in bocca ripensai a tanti anni prima, a casa, alle fette fresche di frigo, al Baraccone. Il sorriso enigmatico del padrone della lavanderia mi diede per un attimo l’impressione che mi stesse leggendo nel pensiero. Magari anche in Cina, tanti anni fa, c’era stata l’anguria di mezza sera servita in una tenda all’aperto nel cortile di un’officina. Avrei voluto chiedergli come tradurre “baraccone” in cinese; ma passare per l’inglese rendeva tutto più difficile. E poi, a volte basta proprio il sorriso. 

Il dio degli sprovveduti

Ero appena arrivato a New York e, anche se abitavo nel mio primo appartamento con aria condizionata, non riuscivo a restare in casa la sera d’estate. L'abitudine del passeggio serale da provincia italiana non mi aveva abbandonato (anche perché l'avevo mantenuta felicemente ai tempi di Cambridge, Massachusetts). Ma fuori? Fuori c'erano solo afa e svacco estivo (e magari qualche vicino seduto sul marciapiede a prendere il fresco, ma li avrei conosciuti solo dopo). A New York c'era tutto, ma a un'ora di treno: bisognava studiarsi bene la guida e prenotare in tempo e non trovare tutto sold out, che in italiano suona come "soldato"; e non bastano i tre anni di militare a Cuneo per farti uomo di mondo. Anzi, omaggio a Totò, appena arrivi alla stazione della metro si ripropone la domanda metafisica: "Per andare dove vogliamo andare, dove dobbiamo andare?"

La sera, invece, volevo fare due passi; che è un altro concetto metafisico, perché presume la voglia di muoversi da casa, ma anche l'assenza di scopo e una modesta curiosità nei confronti del vicinato, che nel caso mio era Harlem, e non una delle parti più piacevoli e note. Poche sere prima avevo conversato in spagnolo con un portoricano, che mi aveva detto: "Senti, sei tanto simpatico e mi piace parlare con te; ma con la faccia che ti ritrovi è meglio che fili a casa: è l'una e questo non è posto per te..." Parola sua: gli credetti e andai a nanna.

Una sera mi misi a camminare per il corso principale, la 125a, ovvero Martin Luther King Boulevard, e a circa venti metri davanti a me scorsi una nera alta e statuaria dal protruso e consistente didietro, dove, con grande naturalezza di pigro bipede ambulante, posai gli occhi (e non fu difficile, anche perché lo stesso occupava gran parte della visuale). Mi chiamarono da una macchina a sinistra quattro neri sui venticinque-trent’anni:

Hey man! (“Ehi tu!”)
Yeah? Rispondo girandomi appena.
Once you go black you never come back! (Quando si passa al nero non si torna più indietro)
Yeah, right (Sìiii, capito)
Do you want some black pussy? (Vuoi un po’ di ficolina nera?)

Frugai nel peggior stereotipo italo-americano a disposizione, cacciai la pancia in fuori (ogni tanto serve...) e con una smorfia e un gesto di fastidio della mano destra accompagnai la frase-distintivo di Tony Soprano: Fugghedabbadi! (“forget about it”, cioè scordatelo). I quattro neri scoppiarono dalle risate e se la diedero in macchina. C’è un dio per gli sprovveduti, e James Gandolfini è il suo profeta.

Cari venticinque lettori...


State per leggere una serie di storielle da bar. Perché l’unica cosa che mi manca veramente dell’Italia, che ho lasciato in via più o meno definitiva diciotto anni fa, alla fine di un’adolescenza inutilmente protratta da inevitabili circostanze umane e materiali, è appunto il bar. Ho mantenuto la lingua e la cultura – anche per lavoro, ma di questo dopo – e con un po’ di pratica anche la cucina e le altre abitudini; e magari costanza e dedizione avrebbero conservato anche la mia fede religiosa (che non ho mai perso del tutto, però: s'è solo trasformata). Ma il bar?
Qui negli Stati Uniti chiamano ‘bar’ un posto oscuro che vende in prevalenza alcolici e quindi, visto che non è permesso bere birra per strada, spesso non ha nemmeno i tavolini fuori. Di solito apre verso mezzogiorno e dalle cinque in poi comincia la baraonda del juke-box e dei due schermi ultrapiatti che mandano le immagini di due partite diverse, baseball a destra e pallacanestro o football a sinistra (football loro, beninteso, coi pupazzoni iperprotetti in campo a urtarsi e a strattonarsi come nel rugby inglese, dove però per coerenza non ci si protegge e almeno ogni tanto si finisce in ospedale).
Delle partite si capisce poco o niente, visto che la telecronaca è spesso zittita dalla musica scassatimpani che non ti permette nemmeno di far motto al vicino (che comunque bada ai fatti suoi e non vuole essere disturbato). E magari del manierismo barocco di Nando Martellini e della pompa celebratoria di Bruno Pizzul si fa anche a meno; ma l’ironia fulminante di Beppe Viola? Chi può più permettersi di dire che un calciatore per sembrare un genio avrebbe dovuto essere completamente diverso? Chi può più dare del ‘macellaio’ a John Butcher, che prende il triplo del tuo stipendio? Qui anche al bar la gente si misura in migliaia di dollari di reddito annuo. Meglio lasciar perdere.
Non aspettatevi gran che. Non ho intervistato chi muove le leve del mondo e non ho mai ricevuto le confidenze in segreto di chi avesse bisogno del ciambellano di turno per liberarsi del peso della storia. Questo capita ai giornalisti, che di mestiere sanno bene cosa raccontare e cosa omettere (altrimenti avrebbero perso il posto da tempo) e quindi quando cercano sanno cosa trovare; e se sono in difficoltà con l’inglese, “c’è sempre un professorino di italiano che ti toglie dagli impicci”, recitava Camilla Cederna, che voleva il servizio di interpretariato e traduzione gratuito solo per il privilegio di starle vicino e di strapparle la promessa marinara di una mezza colonnina in ottava pagina. Per carità: le fanfare del commento autorevole e delle interviste con la storia non fanno per me. A me basta il flautino di Titiro nella prima bucolica di Virgilio (e il ricordo dei miei vent’anni e della facoltà di lettere: anch’io faccio il professorino di italiano).
Chiaro, non sono andato in cerca di tutte queste storie e nemmeno loro hanno cercato me: mi sono solo capitate. Magari ho stretto la mano a un Premio Nobel per la Letteratura (Saul Bellow), ascoltato la conferenza di un altro (José Saramago), consolato al telefono l’ex-allieva-amante di un terzo della morte dello stesso (Joseph Brodsky), conosciuto il depositario dell’esclusiva mondiale sui libri firmati da un potenziale quarto (Philip Roth, che ha settantacinque anni; sarà bene che si sbrighino), la vedova di un mancato quinto (Bernard Malamud), l’apparente figlio illegittimo di un sesto (Isaac Basheviz Singer), ecc. Ma anche questo mi è capitato per caso. Perché per buona parte, credo, la vita è quello che ti capita mentre hai altri progetti, diceva John Lennon. E magari ai musicisti rock, tra alcol e droghe varie, è meglio non dar retta; ma due cose giuste le hanno dette e questa è una. L’altra è che non si ottiene sempre quello che si vuole, ma si trova sempre quello di cui si ha bisogno (Mick Jagger è ancor meno affidabile, quindi garantisco io per lui). Il resto mi sembra giusto che sia vita. E ora un brindisi: salute! Non dimenticatevi che siamo al bar.