29 marzo 2012

E cinquecento cammelli che si spezzano in un secondo...

A metà della mia quarta liceo scientifico la mia compagna di banco, di ritorno da una gita di una settimana in Egitto con la nonna, mi annunciò con orgoglio di avere ricevuto un’offerta di matrimonio da un egiziano in cambio di cinquecento cammelli; e di averci riso sopra con la nonna, a cui il pretendente egiziano s’era rivolto. Meglio così, le risposi: come avrebbero fatto a riscuotere cinquecento cammelli all’ufficio postale di Bondeno? Era bello poterne ridere: altri—altre—non ridevano affatto.

Sedici anni dopo, infatti, verso le quattro di un pomeriggio di luglio, mentre bighellonavo davanti a casa, al 900 Memorial Drive di Cambridge, Mass., noto anche come Peabody Terrace, complesso di casamenti dall’architettura vagamente sovietica di proprietà della Harvard University, vidi arrivare una schiera di ragazzetti più molto più giovani di me dal vago aspetto mediorientale. La più sfrontata mi si fece di fronte a mo’ di sfida e mi chiese se ci fossero appartamenti in affitto. Sono tutti in affitto, risposi, ma solo per il personale affiliato all’università. Lei non ne faceva parte, ma non voleva sentire ragioni: doveva a tutti i costi vedere l'impiegato supervisore del complesso e parlargli. Conoscevo di persona Kurt, tanto buono e paziente, e proprio per questo volevo evitargli l’impiastro di una postulante petulante e fuori luogo, che non avrebbe voluto sentire ragione.

Più indietro, in tono dimesso, stava seduta sul pilastrino una ragazza più grande di corporatura e in tutta probabilità più avanti con gli anni, che mi chiese: “Lei è alla Harvard?” Sì, le risposi, sono nel dottorato in lingue romanze. “Complimenti!”, mi rispose: sembrava veramente interessata. “E quante lingue parla?” Italiano e francese, dissi, e sto imparando lo spagnolo; sapevo un po’ di portoghese, ma l’ho dimenticato quasi tutto; ne so appena per cantare un po’ di samba e bossa nova con la chitarra. “Lei suona anche la chitarra? Che bello!”. La guardai bene: era una Claudia Cardinale un po’ più in grande e, almeno per me, una meraviglia a guardarla. Mi tentava l’idea di prendere la chitarra e improvvisarle una serenata, ma l’amica sfrontantella cercò di tagliar corto—voleva trovar casa prima di sera—e mi diede il suo biglietto da visita per telefonarle quando sapessi di qualcosa. L’altra scrisse il suo nome sul retro: Elahe. Venivano tutti dall’Arabia Saudita.

Chiamai Elahe due giorni dopo, a metà mattina. Restammo quattro ore al telefono a parlare un po’ di tutto e prendemmo appuntamento per un caffè quattro giorni dopo, al bar dell’Hyatt Regency, poco lontano da casa mia. Le piaceva il lungofiume e la prospettiva. Di fronte a un cocktail di cui non ricordo il nome – mi sa che sarei un pessimo barista – Helah si rivelò una ragazza di enorme buonsenso e coraggio. Era la maggiore di tutti i suoi amici e doveva un po’ fare la mamma a tutti, specie a Jaleh (più o meno), che con la sfrontatezza nascondeva tutta la sua difficoltà a trattare col mondo.

In un mondo che alle donne non permetteva (e permette poco tuttora) di mettere il naso fuori dalla porta di casa, Elahe voleva diventare infermiera professionale e fare carriera nella gestione sanitaria. Non voleva però – ci teneva a dirlo – diventare un uomo in gonnella: voleva restare donna e avere una sua famiglia, col tempo, cercando di portare tutti i suoi progetti a termine. E voleva tornare in Arabia Saudita: era il paese che amava e in cui vedeva il suo futuro. Per uscirne e seguire i corsi del Master in Public Health della Northeastern University, però, aveva dovuto falsificare nel passaporto la firma di consenso del fratello, che era il maschio anziano della casa dopo la morte del padre. Intelligente, bella, saggia e coraggiosa: l’avrei sposata sul momento, sfidando Alì Babà e i quaranta ladroni.

Era meglio dissimulare, però, con un po’ di distacco inglese. Risposi con un sorriso ignaro: che mondo strano, dissi, ci mancherebbe solo che offrissero alla tua famiglia cinquecento cammelli per poterti sposare, come è successo a una mia amica. “Quando è capitato?” mi chiese. Sedici anni fa, le risposi. “I cammelli non si usano più: ora ci sono le auto sportive”. Già, a lei era successo per davvero: per assicurarsi Elahe, una famiglia araba benestante aveva regalato al fratello di lei una Maserati. Uscire dall’Arabia Saudita le era costato tanti sotterfugi proprio per quell’impegno preso; altrimenti il fratello le avrebbe firmato il passaporto volentieri.

“Quando lo sento al telefono gli chiedo: allora, la macchina corre? Va bene?” Il sorriso le si era rattristato e lo sguardo piegò per un attimo a sinistra verso il basso.  “Anche i miei cugini in California non fanno altro che dirmi che il mio dovere è di tornare e sposarmi. Non ne posso più”. Poi alzò la testa: “Ma ora sono qui! Questa è la mia vita, questi sono i miei studi! Voglio fare il Master!” Le tornò il sorriso pieno e la testa alta. Era meravigliosa.

E infatti, visto che s’era fatto tardi, le proposi di accompagnarla alla stazione della metropolitana. I marciapiedi di Memorial Drive erano enormi ed era normale percorrerli in bicicletta. Perciò la invitai ad accomodarsi sulla canna, per far prima, come facevamo con le nostre compagne di liceo per tenerle tra le braccia per qualche centinaio di metri dalla piazza a casa (e loro, spesso, venivano in piazza a piedi anche per questo). “Oh, ma io non ho mai fatto una cosa del genere! Non sono mai stata su una bicicletta!” Già, però rideva meravigliata e teneva gli occhi fissi sul congegno meccanico a due ruote su cui veniamo alla luce noi padani (no, Bossi, tu non c’entri: fuori!). “Va bene, ma va piano, mi raccomando”. Partii con calma, pedalando piano, e presi appena un po’ di velocità lungo il rettilineo. Elahe rideva di gioia e non smetteva mai, finché non disse: “Grazie! Grazie, ma adesso basta! Basta, là!” Una volta scesa alzò le braccia ridendo: “Oh, non mi era mai capitato! Ma guarda! Mi sembrava di volare!”.

La rividi solo qualche giorno dopo, quando mi chiese di passare al bar sotto casa sua per un caffè. Mi precipitai; e in bicicletta, chiaro. Mi avvicinai un po’ e lei mi passò appena una mano dietro la nuca. Non era mai stata così vicina a un uomo, mi disse; ma mi disse anche che non voleva darmi illusioni: aveva un dovere da compiere e l’avrebbe fatto di certo, anche se non era affatto innamorata. Lo sei mai stata? Le chiesi. Sì, rispose, di due persone che non avrebbe mai potuto raggiungere: il suo medico e il principe d’Arabia. No, non era per me comunque. La sentii qualche giorno dopo: andava a Los Angeles a trovare i suoi cugini. Capivo che sarebbe rientrata e avrebbe seguito il suo destino. Per me, cinquecento cammelli si spezzarono in un secondo. E vorrei vedere questa mia storiella volare per i cieli dell’Arabia fino a Elahe, dovunque e con chiunque sia, per farla sorridere e ridere ancora. 

27 marzo 2012

L'anguria di mezza sera


C’era una volta l’anguria di mezza sera. La toglievamo dal frigo verso le nove e mezza-dieci, quando la seconda ondata di calore invadeva la casa nell’afa di luglio e agosto. Di solito era già divisa a metà o in quarti a sua volta tagliati in ottavi a forma di piramide triangolare dalla buccia verde e convessa alla base. La polpa era umida e fresca e dolce come un gelato; faceva passare la sete e la noia. C’era addirittura una specie di bar-tenda, il Baraccone, allestito nel cortile di un’officina meccanica abbandonata, che vendeva solo fette di cocomero e vino bianco e dalle dieci a mezzanotte era pieno di gente, di solito operai e studenti in vacanza. Poi la vita cambia, si lasciano l’afa e il gelo per altre afe e altri geli e non c’è più l’anguria di mezza sera; salvo vederla ritornare, sempre in pieno luglio, venticinque anni dopo a Spanish Harlem.

Come già ho raccontato, non riuscivo a frenare la dromomania serale estiva da provincia italiana: dopo cena dovevo per forza uscire. Ero un forzato dei due passi, che una sera decisi di fare verso nord, anche se tutti me l’avevano sconsigliato; ma il Dio degli Sprovveduti mi proteggeva e sapevo spicciarmi bene in spagnolo, che infatti tutti parlavano alla 140ª in su. D’estate, gli ispanici se ne stavano tutti fuori dalla porta di casa a prendere il fresco per strada, a parlottare, a sbevazzare bibite (niente alcolici, niente birrette) e a giocare interminabili partite di domino. Mi sembrava di essere ritornato ai tempi del cocomero e del baraccone, non fosse stato per le radio-giradischi a tutto volume (però lo ammetto: se si fossero messi a ballare non mi sarebbe dispiaciuto un giro di salsa, che all’epoca mi riusciva ancora).

Riparai in una lavanderia pubblica aperta anche di sera. Era pieno di dominicani e dominicane che si affaccendavano alle lavatrici a gettone: un bucato sei quarter (quarti di dollaro, del valore di 25 centesimi) , un’asciugata quattro (perché in America, per far prima, non mancano mai le asciugatrici). Fu una signora sui quarantacinque a rivolgermi la parola, mentre palleggiava tre fagotti enormi di biancheria da lavare e due pargoli di undici e otto anni, con le solite domande: come sta, è nuovo di qui, che cosa fa, ecc.

Poi, a bruciapelo, com’è normale qui: Usted está casado? (Lei è sposato?). No, risposi. Y no se aburre? (E non si annoia?). Dopo lo stordimento iniziale (avevo passato troppo tempo con Antonioni per non ritenere che la noia venisse dopo il matrimonio e non prima) capii: per lei era strano che un ultra-trentenne si trovasse a bighellonare la sera. Certo, la sua discreta figura a clessidra nonostante le quattro gravidanze e il suo sorriso simpatico e guascone mi ammonivano che, tanti anni prima, avrei fatto meglio a pensare un po’ meno ad Antonioni e a imparare un po’ più di spagnolo; e aveva ragione. Ma magari il marito geloso era dietro l’angolo, con due spanne di switchblade a serramanico, un liccasapuni molto temuto in loco. E dall’ospedale civile Columbia Presbyterian volevo star fuori finché possibile.

Mi misi a conversare col padrone della lavanderia. Era un signore cinese sui cinquant’anni circa, in camicia bianca e pantaloni neri e sfoderava un bel sorriso cordiale: aveva tutto l’aspetto della brava persona, del buon tintore dei paesini padani. Cominciò a raccontarmi della casa in New Jersey, del tragitto pendolare di ogni giorno, dei figli a scuola…  Dopo una mezz’ora di ciarle, uscì dal retrobottega una signora cinese circa dell’età del padrone—doveva essere la moglie—con un vassoio ricolmo di fette di cocomero; ne offrì una a me, poi un’altra al marito, poi a tutte le signore intente al bucato e ai bambini.

Ringraziai sorridendo. L’orologio segnava le dieci e venti. L’ondata di calore si faceva sentire. Al primo boccone di anguria sciolto in bocca ripensai a tanti anni prima, a casa, alle fette fresche di frigo, al Baraccone. Il sorriso enigmatico del padrone della lavanderia mi diede per un attimo l’impressione che mi stesse leggendo nel pensiero. Magari anche in Cina, tanti anni fa, c’era stata l’anguria di mezza sera servita in una tenda all’aperto nel cortile di un’officina. Avrei voluto chiedergli come tradurre “baraccone” in cinese; ma passare per l’inglese rendeva tutto più difficile. E poi, a volte basta proprio il sorriso. 

Il dio degli sprovveduti

Ero appena arrivato a New York e, anche se abitavo nel mio primo appartamento con aria condizionata, non riuscivo a restare in casa la sera d’estate. L'abitudine del passeggio serale da provincia italiana non mi aveva abbandonato (anche perché l'avevo mantenuta felicemente ai tempi di Cambridge, Massachusetts). Ma fuori? Fuori c'erano solo afa e svacco estivo (e magari qualche vicino seduto sul marciapiede a prendere il fresco, ma li avrei conosciuti solo dopo). A New York c'era tutto, ma a un'ora di treno: bisognava studiarsi bene la guida e prenotare in tempo e non trovare tutto sold out, che in italiano suona come "soldato"; e non bastano i tre anni di militare a Cuneo per farti uomo di mondo. Anzi, omaggio a Totò, appena arrivi alla stazione della metro si ripropone la domanda metafisica: "Per andare dove vogliamo andare, dove dobbiamo andare?"

La sera, invece, volevo fare due passi; che è un altro concetto metafisico, perché presume la voglia di muoversi da casa, ma anche l'assenza di scopo e una modesta curiosità nei confronti del vicinato, che nel caso mio era Harlem, e non una delle parti più piacevoli e note. Poche sere prima avevo conversato in spagnolo con un portoricano, che mi aveva detto: "Senti, sei tanto simpatico e mi piace parlare con te; ma con la faccia che ti ritrovi è meglio che fili a casa: è l'una e questo non è posto per te..." Parola sua: gli credetti e andai a nanna.

Una sera mi misi a camminare per il corso principale, la 125a, ovvero Martin Luther King Boulevard, e a circa venti metri davanti a me scorsi una nera alta e statuaria dal protruso e consistente didietro, dove, con grande naturalezza di pigro bipede ambulante, posai gli occhi (e non fu difficile, anche perché lo stesso occupava gran parte della visuale). Mi chiamarono da una macchina a sinistra quattro neri sui venticinque-trent’anni:

Hey man! (“Ehi tu!”)
Yeah? Rispondo girandomi appena.
Once you go black you never come back! (Quando si passa al nero non si torna più indietro)
Yeah, right (Sìiii, capito)
Do you want some black pussy? (Vuoi un po’ di ficolina nera?)

Frugai nel peggior stereotipo italo-americano a disposizione, cacciai la pancia in fuori (ogni tanto serve...) e con una smorfia e un gesto di fastidio della mano destra accompagnai la frase-distintivo di Tony Soprano: Fugghedabbadi! (“forget about it”, cioè scordatelo). I quattro neri scoppiarono dalle risate e se la diedero in macchina. C’è un dio per gli sprovveduti, e James Gandolfini è il suo profeta.

Cari venticinque lettori...


State per leggere una serie di storielle da bar. Perché l’unica cosa che mi manca veramente dell’Italia, che ho lasciato in via più o meno definitiva diciotto anni fa, alla fine di un’adolescenza inutilmente protratta da inevitabili circostanze umane e materiali, è appunto il bar. Ho mantenuto la lingua e la cultura – anche per lavoro, ma di questo dopo – e con un po’ di pratica anche la cucina e le altre abitudini; e magari costanza e dedizione avrebbero conservato anche la mia fede religiosa (che non ho mai perso del tutto, però: s'è solo trasformata). Ma il bar?
Qui negli Stati Uniti chiamano ‘bar’ un posto oscuro che vende in prevalenza alcolici e quindi, visto che non è permesso bere birra per strada, spesso non ha nemmeno i tavolini fuori. Di solito apre verso mezzogiorno e dalle cinque in poi comincia la baraonda del juke-box e dei due schermi ultrapiatti che mandano le immagini di due partite diverse, baseball a destra e pallacanestro o football a sinistra (football loro, beninteso, coi pupazzoni iperprotetti in campo a urtarsi e a strattonarsi come nel rugby inglese, dove però per coerenza non ci si protegge e almeno ogni tanto si finisce in ospedale).
Delle partite si capisce poco o niente, visto che la telecronaca è spesso zittita dalla musica scassatimpani che non ti permette nemmeno di far motto al vicino (che comunque bada ai fatti suoi e non vuole essere disturbato). E magari del manierismo barocco di Nando Martellini e della pompa celebratoria di Bruno Pizzul si fa anche a meno; ma l’ironia fulminante di Beppe Viola? Chi può più permettersi di dire che un calciatore per sembrare un genio avrebbe dovuto essere completamente diverso? Chi può più dare del ‘macellaio’ a John Butcher, che prende il triplo del tuo stipendio? Qui anche al bar la gente si misura in migliaia di dollari di reddito annuo. Meglio lasciar perdere.
Non aspettatevi gran che. Non ho intervistato chi muove le leve del mondo e non ho mai ricevuto le confidenze in segreto di chi avesse bisogno del ciambellano di turno per liberarsi del peso della storia. Questo capita ai giornalisti, che di mestiere sanno bene cosa raccontare e cosa omettere (altrimenti avrebbero perso il posto da tempo) e quindi quando cercano sanno cosa trovare; e se sono in difficoltà con l’inglese, “c’è sempre un professorino di italiano che ti toglie dagli impicci”, recitava Camilla Cederna, che voleva il servizio di interpretariato e traduzione gratuito solo per il privilegio di starle vicino e di strapparle la promessa marinara di una mezza colonnina in ottava pagina. Per carità: le fanfare del commento autorevole e delle interviste con la storia non fanno per me. A me basta il flautino di Titiro nella prima bucolica di Virgilio (e il ricordo dei miei vent’anni e della facoltà di lettere: anch’io faccio il professorino di italiano).
Chiaro, non sono andato in cerca di tutte queste storie e nemmeno loro hanno cercato me: mi sono solo capitate. Magari ho stretto la mano a un Premio Nobel per la Letteratura (Saul Bellow), ascoltato la conferenza di un altro (José Saramago), consolato al telefono l’ex-allieva-amante di un terzo della morte dello stesso (Joseph Brodsky), conosciuto il depositario dell’esclusiva mondiale sui libri firmati da un potenziale quarto (Philip Roth, che ha settantacinque anni; sarà bene che si sbrighino), la vedova di un mancato quinto (Bernard Malamud), l’apparente figlio illegittimo di un sesto (Isaac Basheviz Singer), ecc. Ma anche questo mi è capitato per caso. Perché per buona parte, credo, la vita è quello che ti capita mentre hai altri progetti, diceva John Lennon. E magari ai musicisti rock, tra alcol e droghe varie, è meglio non dar retta; ma due cose giuste le hanno dette e questa è una. L’altra è che non si ottiene sempre quello che si vuole, ma si trova sempre quello di cui si ha bisogno (Mick Jagger è ancor meno affidabile, quindi garantisco io per lui). Il resto mi sembra giusto che sia vita. E ora un brindisi: salute! Non dimenticatevi che siamo al bar.