09 luglio 2014

Ricordo di Eli Wallach

Ieri non feci in tempo a rimettere piede in casa (letteralmente: ero sulla soglia con le valigie in mano) quando la collega che gentilmente mi aveva accompagnato a casa dalla stazione degli autobus me lo disse: era venuto a mancare Eli Wallach (ne dà notizia il New York Times). Tutti lo ricordiamo ne Il buono, il brutto e il cattivo (1964) di Sergio Leone, ma io sono particolarmente affezionato a Guido, l'immigrato italiano de Gli spostati ("The Misfits" 1960, dir. John Huston) che non perde l'occasione di fare il furbo con Marilyn Monroe (per darla vinta poi al solito Clark Gable).

Ironia della sorte: Eli Wallach, che sullo schermo ha sempre interpretato il prepotente malizioso e levantino, nella vita era onesto, bonario e affabile. O almeno così l'ho conosciuto quando l'ho incontrato un pomeriggio, al tavolo dello studio di fisioterapia a cui avevo prenotato dieci sedute per una tripla frattura al polso sinistro. Ero caduto giocando a tennis, poggiando male il piede destro in preparazione di un dritto incrociato assassino che poi si risolse in un balzo in aria con ricaduta sulla mano sinistra libera, in omaggio a Gianni Clerici; il tutto a tre mesi dalle elezioni politiche del 2008, continuando la serie di traumi della sinistra.

Al bancone dello studio mi avevano detto di infilare la mano cionca in una specie di manica a vento che soffiava segatura non so bene per quale effetto. Alla mia destra, vidi un signore minuto sugli ottanta-novant'anni seduto al banco e con le mani piene di elettrodi; lo riconobbi quasi subito: il sorriso sornione appena accennato era inconfondibile. Decisi però di non disturbarlo: non mi sembrava il caso. Cominciò lui a fare conversazione: "Ma guarda quanti affari che mi hanno appiccicato alle mani..."

IO: "Che cosa le hanno diagnosticato?"
EW: "Sindrome del tunnel carpale"
IO: "Scrive molto a macchina?"
EW: "Oh, no, proprio per niente..."

(pausa)

EW: "Lei da dove viene?"
IO: "Dall'Italia"
EW: "Ci ho fatto qualche film, da quelle parti"
IO: "Lo so!"

Non volevo disturbarlo, ma nemmeno fargli credere che non l'avessi riconosciuto; e lui, chiaramente, aveva capito che anch'io volevo far conversazione. E allora si mise a parlare lui di Anna Magnani, che conosceva bene, e di Clint Eastwood, altro buon uomo dalla faccia da cattivo (qualche dubbio sorgeva invece con Sergio Leone...). Aveva fatto però anche molto teatro, che gli aveva dato più soddisfazione: per recitare in Camino Real, la pièce sperimentale di Tennessee Williams, Wallach rinunciò al ruolo di Maggio in Da qui all'eternità (il ruolo venne poi affidato a Frank Sinatra, che vinse l'Oscar; ma Wallach non ne ebbe alcun rimorso, proprio per il suo grande amore per il teatro).

Insomma, sembrava di parlare con certi signori del quartiere che, a una certa età, ne costituiscono un po' la memoria storica. E il quartiere è quello del teatro e del cinema americano nei suoi anni più interessanti e difficili: il dopoguerra della censura, della guerra fredda e delle liste nere di proscrizione, da cui però gli attori e i registi avevano imparato a difendersi e a dare il miglior esempio di se stessi. Così, alla fine della seduta fisioterapica, il piccolo grande Ei Wallach mi illustrò anche la giacca a vento che portava, di gran marca, ricordandosi di chi gliel'aveva regalata; poi mi diede la mano e salutò cordialmente le fisioterapiste. "See you, girls!" E loro risposero: "See you, Eli!"

Eli Wallach era nato nel 1915 a Brooklyn da una famiglia ebrea molto modesta, aveva frequentato l'università in Texas, ad Austin (perché la retta era di 30 dollari all'anno, raccontava) e quindi il City College of New York per un master's in scienza dell'educazione; voleva insegnare (come hanno fatto i suoi fratelli e le sue sorelle, peraltro) e invece poi si è innamorato del teatro e di Anne Jackson, la moglie, attrice anche lei, con cui ha vissuto e recitato per una vita (aiutandosi coi film a pagare le bollette). La sua modestia e la sua grande cordialità, che non aveva perso nemmeno al culmine della fama, mi ricordano quelle del mio scrittore americano preferito: Bernard Malamud, altro ebreo di Brooklyn di classe 1915 (ma ci lasciò nel 1985), altro fine esploratore dei sentimenti umani (consiglio caldamente i suoi racconti, magari in inglese) e ricco di benevolenza e di compassione (perciò lo preferisco a Saul Bellow, col permesso della mia amica Alessandra Calanchi).

Schivo e modesto anche quando era ormai un pezzo di storia del teatro e del cinema americano, ma sempre cordiale e amichevole, Eli Wallach era rimasto un caro (e un grande) signore del quartiere. Ho avuto il privilegio di poterlo conoscere così, anche solo per una mezz'ora; e così riesco a raccontarlo.